Bukhara

Sulle orme di Marco Polo – Parte I

Autore: krapp75
Periodo: estate 2008

Lo zaino

Più di cento voli effettuati negli ultimi anni e mai un bagaglio perso. Poi decidi di partire per un viaggio di quasi tre mesi, ti imbarchi a Milano, arrivi a Riga e il bagaglio non c’è. Arriverà domani mi dicono, speriamo.
Nel frattempo mi raggiunge Nadia, che mi accompagnerà nella prima parte del viaggio.
Il giorno seguente abbiamo il volo per Tashkent. Di nuovo in aeroporto chiedo notizie fiducioso del mio zaino, ma non è arrivato e non sanno dove sia, me lo manderanno a Tashkent appena lo trovano.

Il volo notturno è tranquillo e la dogana relativamente veloce. Troppo tardi per il treno andiamo a Samarcanda in auto, il prezzo è ragionevole e voglio andar via da Tashkent il prima possibile, non sono un appassionato di capitali, preferisco altro.
L’autista è simpatico ma guida velocissimo per queste strade piene di buche. E la polizia lo ferma in continuazione contestandogli l’eccesso di velocità e chiedendo soldi per lasciarlo andar via senza conseguenze. Ma lui ha il trucco. Ha un nome simile ad un ministro uzbeko e si è creato una sorta di lasciapassare finto dove è scritto che è parente stretto del ministro, lo mostra ai poliziotti e quelli alla vista del tagliandino magico, salutano e se ne vanno.  Solo una volta un poliziotto sembra non lasciarsi intimidire, e allora il nostro driver esce dall’auto, inizia a urlare, prende il telefono e finge di chiamare il ministro. Tempo due secondi il poliziotto lo interrompe e si scusa più volte. Ripartiamo con l’autista che se la ride dicendo che da quando ha questo lasciapassare non ha più dovuto pagare una bustarella.

Sostiamo per un the, il primo di molti, e lui ci spiega come servirlo e berlo, il the fa parte della cultura uzbeka e bisogna seguire un preciso rituale per far le cose come si deve.

Visto che siamo in sosta faccio una visita anche al bagno, che mi pare indecente, ma vedrò di molto peggio.

Il Registan è uno dei monumenti più belli che mi sia capitato di vedere. Ma Samarcanda è bella perché è una città piena di vita, e adoro camminare per le viuzze laterali, con i bambini che corrono e le persone che ti guardano e sorridono, e nei mercati, tra le donne vestite di seta, per poi arrivare a qualche monumento mozzafiato che ti incanta. E la cordialità della gente mi sorprende, sorridono e sorridono, e se chiedi loro una foto ti ringraziano, e chiamano gli amici, perché tutti vogliono vedere il turista e avere la loro foto.
Vediamo il Registan di mattino, pomeriggio e sera, sempre bellissimo e ogni volta con una luce diversa. E dopo due giorni decidiamo di andare.
Ancora nessuna notizia del mio zaino, ma il viaggiar leggero non mi dispiace, anche per il caldo, e poi mi sono comprato una bellissima camicia Uzbeka.

Il treno per Bukhara ha l’aria condizionata ferma. Ci spiegano che si blocca quando si superano i 42C°, e oggi siamo sui 45! Viaggiamo quindi con tutti i finestrini aperti e mi piace il vento caldo e secco sulla faccia.
A Bukhara c’è stata un’esplosione in una fabbrica di armi nei pressi della stazione, il motivo non è chiaro, ma per non correr rischi la strada che porta alla città è chiusa, e c’è un bus navetta per andare. L’autobus va lentissimo, è stipato di gente, i finestrini chiusi e ovviamente non ha l’aria condizionata. E’ un forno, anche gli Uzbeki soffrono, imprecano e gridano all’autista di andar più veloce.

Bukhara è carina ma Samarcanda mi piace molto di più, perché è più città, meno costruita per i turisti.

Il centro storico di Bukhara è pieno di negozi di souvenir e si perde il contatto con la popolazione locale. Solo allontanandosi dal centro recuperiamo un po’ di gusto nello star qua e passiamo quasi due ore a fotografar dei bambini e le loro mamme. Ed è davvero divertente veder le donne accorrere per aver la foto del loro bimbo e per far due chiacchiere con noi. Avremo un bel po’ di foto da spedire.

Il padre di Nadia conosce molto bene il direttore dei beni culturali di Bukhara e quindi andiamo a salutarlo. L’incontro è divertente e ci fa ottenere un lasciapassare per i vari monumenti e musei della città. Finiamo la giornata con una simpatica degustazione di 9 pessimi vini uzbeki.

E la notizia arriva! Il mio zaino è stato rintracciato, il giorno seguente lo spediranno a Tashkent.

Il doganiere kirgyso

Andiamo da Tashkent a Osh
su di un taxi condiviso che ci ha organizzato Danyard della Osh guesthouse. Con noi un ragazzino e un corpulento signore kirgyso di ritorno dal kazakstan. Il viaggio è lungo e abbastanza noioso nella prima parte, ma la polizia lo ravviva, trovando un problema nel passaporto del ragazzino e fermandoci ad un posto di blocco per quasi un’ora. Poi probabilmente scoprono un ministro parente del ragazzino e tutto si risolve…

La valle Fergana è bella e verde, ricchissima di piante di ogni tipo, e questo, vista l’aridità delle zone circostanti, è un ottimo motivo di contesa. Superiamo Andjon e arriviamo alla frontiera Kirgysa. Io sono un po’ timoroso per il mio visto, rilasciato dall’ambasciata kazaka di Roma: è un visto del kazakstan con cancellato a penna il nome del paese e sostituito da un timbro con su scritto Kyrgystan in maniera quasi illeggibile. Fanno un po’ di storie ma alla fine si convincono che va bene.

Poi però mi viene in mente di chiedere se devo riempire la carta di immigrazione. ‘Ecco il pollo!’ Deve pensare il doganiere e mi manda da un suo collega con una gran faccia da bastardo! Dice di aspettare, e ci fa aspettare più di mezz’ora, ignorandoci, passandoci davanti come se fossimo invisibili e non rispondendo alle nostre richieste.
Poi ci porta in uno sgabuzzino e ci chiede di mostrare tutti i soldi e gli oggetti di valore che abbiamo. Ci fa contare e ricontare i soldi e poi fa una stima del valore della roba che abbiamo. Scrive delle cifre e dei nomi su di un fogliaccio e poi mi dice che devo pagare circa 7 dollari in soldi kirgysi per un qualcosa che non ci riesce di capire. E ovviamente non li abbiamo, offro di pagare in dollari ma non va bene. Alla fine lui propone di trattenere me nello stanzino con lui, mandare Nadia oltre frontiera a cambiare soldi e poi farla tornare per pagare. Stremato faccio uscire 20$ dal portafoglio e gli chiedo se bastano. Mi dice semplicemente di posarli sul tavolo e uscire. (Nota: la carta di immigrazione non la dovevo riempire)

La Lada Niva

Danyar è un tipo estremamente sveglio, ha circa trent’anni, possiede un appartamento a Osh che sfrutta come ostello ed è in grado di aiutarti ad organizzare qualsiasi cosa in Kirgystan. Gli dico che vogliamo andare da Osh a Naryn via kazarman. Lui è dubbioso, la strada è bruttissima e lunga, ci vorranno 14 ore per fare i circa 400km, ma aggiunge anche che la strada è davvero bella e poco battuta.
Il mattino seguente alle 5 in punto una vecchia Lada Niva è ad attenderci, sul parabrezza un buco e un bel po’ di squarci. Abbiamo un autista un po’ attempato ed un vice autista sulla trentina, sono in due perchè la strada è troppo lunga e difficile per farla fare ad una persona sola.

Nessuno dei due l’ha mai percorsa, quindi chiediamo svariate volte prima di imboccare la giusta direzione. Cominciamo a salire, il paesaggio cambia, da rurale diventa desertico, quindi foresta, quindi erboso e roccioso, davvero mutevole. E vediamo le prime yurte con attorno moltissimi animali al pascolo.
I due ci spiegano che i Kirgysi in genere vivono nei villaggi e nelle città, e d’estate, da maggio a ottobre, si spostano con le loro yurte quassù, dove hanno in affitto (per 99 anni) degli appezzamenti di terreno da usare come pasture per gli animali.
La strada sale sempre più ripida, e la Lada Niva soffre, inizia e ‘tossire’ e poi si ferma, il motore si è surriscaldato troppo. E allora l’autista deve mettere in atto una procedura complessa per farla ripartire. Gira la macchina controvento e inizia e buttar acqua sul radiatore. Sembra funzionare e dopo circa 20 minuti siamo di nuovo in marcia. Ma per poco perché dopo un paio di chilometri la storia si ripete e siamo di nuovo fermi. E così via fino al passo, a circa 3000 metri, dove davvero dubitavo di arrivare. Il paesaggio è davvero bello, stile alpino con vette rocciose e ghiacciate, attorno a noi bei pratoni.
I due sono affamati, vedono una yurta e si fermano per chiedere se possono mangiare qualcosa.
E per la prima volta entriamo in una yurta. Ci abitano in sei, due adulti, tre figli e una cugina, e badano agli animali. La yurta (o gher) è una sorta di tenda circolare con una struttura in legno ricoperta da pelle di pecora e poggiata sull’erba. Per non sedere in terra vengono posti dei tappeti e delle coperte, anch’essi di pecora. Lascio immaginare l’odore fortissimo che c’è dentro.

Ci offrono del pane e del koumiss. Il pane avrà un mese ed è stato bagnato per ammorbidirlo, lo mangio.

Il koumiss invece lo porto alla bocca ma non riesco ad ingerirlo, non tanto per il sapore, acido e pessimo, quanto perché nel secchio dove lo tengono a fermentare e dal quale è stato versato nelle tazze (pulite tra l’altro con il vestito della padrona di casa) ci galleggia di tutto, mosche e insetti vari, terra e peli di animali, grumi gialli non ben definiti e altre cose che non sono riuscito a riconoscere. Anche Nadia fa solo finta di bere mentre i due autisti bevono tutti soddisfatti.

Parliamo con la famiglia e facciamo loro un po’ di foto, le riceveranno in seguito. Poi chiediamo quanto manca a Naryn, visto che fino a qui la strada è stata davvero dura. La risposta perentoria è: 8 ore!

La strada scende a picco tra ampie e verdi valli, che poi diventano scoscese e aride. Finalmente siamo a kazarman e mi rendo conto di come sia davvero sperduto questa cittadina, soprattutto d’inverno, con temperature che scendono a -40C° e con le uniche due strade di accesso chiuse per neve.

Da qui a Naryn sono ancora 220 chilometri e la strada è anche peggiore. La strada riprende quota e inevitabilmente la macchina di ferma, una, due, tre volte, sempre con maggiore frequenza e ogni volta è sempre più difficile farla ripartire. Comincia farsi strada in me il timore di dover passare qua la notte, in attesa che qualcuno passi. Ma chi? Lungo la via abbiamo incontrato solo altri due veicoli, entrambi guasti e con i conducenti chini sul motore per cercar di ripartire!

Ma alla fine siamo in cima, e superiamo anche il secondo passo. E lo spettacolo è mozzafiato! Mille metri sotto di noi una valle desertica e multicolore, montagne gialle, marroni, rosse e bianche creano un bellissimo spettacolo che mi ricorda quelli già visti in Arizona e nel nord del Cile, ma questo forse è ancora più bello, più selvaggio e colorato.

E poi in lontananza le altissime cime innevate del Pamir e del Tian Shan.

La strada va giù ripidissima e pericolosa, ma il nostro autista è prudente, scende piano senza rischiare il brutto sterrato. E finalmente arriviamo in fondo, ci sono ancora quasi cento chilometri a Naryn, ma adesso la strada è facile e pianeggiante. Vediamo una sorta di casetta e i due optano per una sosta gastronomica. Sembra che qua funzioni così, quando hai fame bussi alla prima yurta o casa e chiedi che ti preparino qualcosa.
La famiglia che abita nella casa è bellissima. Li guardiamo cucinare e lavorare, e i bambini si divertono da matti a vedere dei turisti e a farsi fotografare.
Poi arriva un tizio in auto, vede che siamo stranieri e si avvicina a me. Mi stringe la mano con entrambe le sue mani in maniera vigorosa e mi dice in russo. ‘Benvenuto in Kyrgystan! E se qualcuno vi fa qualcosa di male venite da me che ci penso io!’

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