Idee di viaggio

Le opere d'arte da vedere almeno una volta nella vita in Italia

15 capolavori italiani senza tempo conosciuti in tutto il mondo

Nascita di Venere ARTE Getty Images
4.6/5

Non basterebbe una vita per scoprire tutte le opere d’arte che l’Italia custodisce. Il nostro Paese è uno scrigno di tesori che hanno attraversato i secoli e superato le frontiere. I capolavori dell’arte italiana oggi sono conosciuti in tutto il mondo e meritano di essere conosciuti soprattutto dagli italiani. 

L’elenco di opere d’arte da vedere in Italia sarebbe infinito, perciò abbiamo scelto 15 capolavori da non perdere in un ipotetico tour dello stivale. 

Opere d'arte da vedere in Italia

La Nascita di Venere di Botticelli è un’opera iconica del Rinascimento italiano. Il celebre dipinto raffigura l’approdo sull’isola di Cipro della dea dell’amore e della bellezza, nata dalla spuma del mare e sospinta dai venti Zefiro e, forse, Aura. La dea è in piedi su una conchiglia, pura e perfetta come una perla. L’accoglie una giovane donna, identificata con una delle Grazie oppure con l’Ora della primavera, che le porge un manto cosparso di fiori. Alla stagione primaverile rimandano anche le rose portate dai venti. Il tema del dipinto, che celebra Venere come simbolo di amore e bellezza, fu forse suggerito dal poeta Agnolo Poliziano. L’opera fu probabilmente commissionata dal casato dei Medici. Botticelli prende ispirazione da statue di epoca classica per l’atteggiamento pudico di Venere, che copre la nudità con i lunghi capelli biondi, i cui riflessi di luce sono ottenuti tramite l’applicazione di oro; anche la coppia dei Venti che vola abbracciata è una citazione da un’opera antica, una gemma di età ellenistica posseduta da Lorenzo il Magnifico. La Venere di Botticelli è assurta a canone di bellezza femminile universale. 

  • La Primavera, Botticelli - Le Gallerie degli Uffizi, Firenze

La Primavera è il simbolo della rinascita della natura attraverso l’amore. Il dipinto di Botticelli mostra nove figure della mitologia classica che incedono su un prato fiorito, in un bosco di aranci e alloro. Leggendo l’opera da destra a sinistra, si vede in primo piano Zefiro che abbraccia e feconda la ninfa Clori, raffigurata poco oltre nelle sembianze di Flora, dea della fioritura. Dominano il centro della composizione, leggermente arretrati, la dea dell’amore e della bellezza Venere, castamente vestita, e Cupido, raffigurato bendato mentre scocca il dardo d’amore. A sinistra danzano in cerchio le tre Grazie, divinità minori benefiche prossime a Venere. Chiude la composizione Mercurio, il messaggero degli dei con indosso elmo e calzari alati, che sfiora col caduceo una nuvola. Pur rimanendo misterioso il complesso significato della composizione, l’opera celebra l’amore, la pace, la prosperità. La vegetazione è accuratamente rappresentata da Botticelli che parte da un’attenta osservazione del reale. Nel solo prato sono state riconosciute circa 500 specie di piante e fiori. La tavola venne dipinta per Lorenzo de’ Medici che la collocò nella sua villa di Castello. 

(Foto: © Thekla Clark / Getty Images)

  • David, Michelangelo – Galleria dell’Accademia, Firenze

Giorgio Vasari, pittore, architetto e storico dell’arte italiano, descrisse il David di Michelangelo come la più bella scultura mai realizzata. L’opera rappresenta l’eroe biblico nel momento prima di affrontare Golia. La commissione dell’opera fu assegnata al Buonarroti dagli operai della Cattedrale di Firenze il 16 agosto 1501, per un compenso di 400 ducati. Dopo tre anni di lavoro, Michelangelo presentò l’enorme scultura di 5,17 metri d’altezza e oltre cinque tonnellate di peso che suscitò fin da subito meraviglia e stupore. Fu deciso allora di riunire una commissione di artisti, di cui faceva parte anche Leonardo da Vinci, per decidere dove collocare il capolavoro. 

Il 25 gennaio 1504 la commissione decise che il David dovesse essere posto all’ingresso di Palazzo Vecchio, come emblema della forza e indipendenza dei fiorentini. L’8 settembre 1504 la statua fu rivelata alla città, suscitando l’ammirazione di tutti. In origine alcune parti erano dorate: una ghirlanda sul capo, il tronco dietro la gamba destra e la fionda. Oggi il David si trova alla Galleria dell’Accademia.

(Foto: © silverfox999 / Shutterstock)

  • Ultima Cena, Leonardo da Vinci – Refettorio di Santa Maria delle Grazie, Milano

L’Ultima Cena, nota anche con il nome di Cenacolo, dipinta fra il 1494 e il principio del 1498, è considerato il dipinto murale forse più importante al mondo, definito da Giorgio Vasari nelle sue Vite come “cosa bellissima e maravigliosa”. Pittore, architetto, scultore, ingegnere, inventore, matematico, anatomista, scrittore, Leonardo da Vinci incarna l’ideale uomo poliedrico sognato dal Rinascimento italiano. Il Cenacolo è forse la testimonianza più completa del suo ingegno multiforme, del suo desiderio di sperimentare, della sua inesauribile curiosità. Nel periodo in cui lavora al dipinto, l’ultimo decennio del Quattrocento, Leonardo è infatti impegnato in studi sulla luce, il suono, il movimento ma anche sulle emozioni umane e sulla loro espressione. Di questi interessi troviamo riscontro nel Cenacolo, dove, più che forse in ogni altra sua opera, è evidente l’attenzione di Leonardo per la raffigurazione, attraverso posture, gesti, espressioni, di quelli che lui stesso chiamava i “moti dell’animo”. 

Dal settembre 1980 il Cenacolo, insieme alla Chiesa e al Convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie, sono stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’umanità. Tra le motivazioni si legge che “il Cenacolo ha esercitato un’influenza considerevole, non soltanto sullo sviluppo di un tema iconografico ma anche sul destino della pittura”, e infine “non è esagerato affermare che la sua realizzazione ha aperto una era nuova nella storia dell’arte”. L’opera è visitabile su prenotazione per via delle numerosissime richieste.

Foto: © posztos/Shutterstock

  • Creazione di Adamo e il Giudizio universale, Michelangelo – Cappella Sistina, Musei Vaticani, Roma

La Creazione di Adamo è probabilmente l'affresco più celebre della Cappella Sistina, realizzato da Michelangelo nel 1511 e situato nella volta. Michelangelo si ispirò alla frase della Bibbia: “Dio creò l'uomo a sua immagine; /a immagine di Dio lo creò” (Genesi 1, 27). L'episodio della creazione dell'uomo, dunque, ha come punto focale il contatto tra le dita del Creatore e quelle di Adamo, attraverso il quale si trasmette il soffio della vita. Dio, sorretto da angeli in volo e avvolto in un manto, si protende verso Adamo, rappresentato come un atleta in riposo, la cui bellezza sembra confermare le parole dell'Antico Testamento, secondo cui l'uomo fu creato a immagine e somiglianza di Dio. Verso la fine del 1533 Clemente VII de' Medici (pontefice dal 1523 al 1534) incaricò Michelangelo di modificare ulteriormente la decorazione della Cappella Sistina dipingendo sulla parete dietro l’altare il Giudizio Universale. 

In questo affresco Michelangelo volle rappresentare il ritorno glorioso di Cristo alla luce dei testi del Nuovo Testamento. L'artista iniziò la grandiosa opera nel 1536 e la portò a compimento nell'autunno del 1541. Michelangelo, servendosi delle sue straordinarie capacità artistiche, ha fatto della Cappella Sistina "il santuario della teologia del corpo umano", disse poi Giovanni Paolo II. Questa magnifica composizione si incentra sulla figura dominante del Cristo, colto nell'attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del giudizio. Accanto a Cristo è la Vergine, che volge il capo in un gesto di rassegnazione: ella infatti non può più intervenire nella decisione, ma solo attendere l'esito del giudizio. Anche i santi e gli eletti, disposti intorno alle due figure della madre e del figlio, attendono con ansia di conoscere il verdetto. Nella fascia sottostante, al centro gli angeli dell'apocalisse risvegliano i morti al suono delle lunghe trombe; a sinistra i risorti in ascesa verso il cielo recuperano i corpi, a destra angeli e demoni fanno a gara per precipitare i dannati nell'inferno. Infine, in basso Caronte a colpi di remo, insieme ai demoni, fa scendere i dannati dalla sua imbarcazione per condurli davanti al giudice infernale Minosse, con il corpo avvolto dalle spire del serpente. 

(Foto: © Universal History Archive/Universal Images Group via Getty Images)

  • Paolina Borghese Bonaparte come Venere Vincitrice, Antonio Canova – Galleria Borghese, Roma

L’opera fu commissionata nel 1804 ad Antonio Canova dal principe Camillo Borghese in onore della sua giovane moglie, sorella minore dell’imperatore Napoleone Bonaparte. Non senza destare un certo scalpore fra i contemporanei, la principessa vestì le sembianze della dea Venere, vittoriosa nel giudizio di Paride, per esaltare il proprio rango sociale e dinastico e la sua celebrata bellezza. Paolina giace seminuda su una dormeuse in legno dipinto, decorata da inserti dorati, mentre presenta tra le dita sottili il pomo, attribuito alla dea in segno di riconoscimento della sua supremazia fra le divinità femminili. Grazia antica e artificio compositivo si accordano con la resa naturalistica, quasi pittorica, dei morbidi incarnati e dei veli leggeri che le coprono i fianchi. Paolina Borghese è un capolavoro della scultura neoclassica di Canova, esposta alla Galleria Borghese di Roma. Bisognerà andare al museo del Louvre di Parigi, invece, per vedere la più celebrata scultura di Amore e Psiche. 

(Foto: © CHRISTOPHE SIMON/AFP via Getty Images)

La scultura rappresenta il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi.

Il mito, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpine) sia in Ovidio (Le Metamorfosi), narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l’anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell’azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell’Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne. Nel realizzare l’opera Bernini guarda al virtuosismo degli scultori di epoca manierista. Alla verità dell’azione, ricercata attraverso lo studio profondo dei modelli antichi, Bernini coniuga la forza plastica, l’intensità espressiva della fanciulla, la libertà dell’invenzione spinta fino a sfiorare i limiti fisici del marmo.

(Foto: © Madison Kayz / Shutterstock)

  • Gli affreschi di Giotto alla Cappella degli Scrovegni, Padova

La Cappella degli Scrovegni di Padova accoglie i celebri affreschi di Giotto, considerati un capolavoro della pittura del Trecento italiano ed europeo. È il ciclo più completo di affreschi realizzato dal grande maestro toscano nella sua maturità, presumibilmente tra il 1303 e il 1305. Il ciclo pittorico si dispiega sull’intera superficie interna della Cappella e si compone di 39 episodi della vita della Vergine e della vita di Cristo, affrescati entro riquadri lungo le navate e l'arco trionfale. L'intera parete della controfacciata è occupata dal maestoso giudizio universale, al quale si giunge seguendo la sequenza delle 14 figure con i vizi e le virtù nella fascia inferiore delle pareti. La decorazione pittorica occupa anche la volta, dove è dipinto il cielo stellato scandito da tre fasce decorative.

Il Cristo Velato è una perla della scultura barocca, realizzata dall’artista napoletano, Giuseppe Sanmartino nel 1753. È considerato uno dei più grandi capolavori della scultura di tutti i tempi che fin dal ’700 richiama viaggiatori illustri, tra cui Antonio Canova, il marchese de Sade, lo scrittore argentino Hector Bianciotti e Riccardo Muti tra gli ultimi. È una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua. La particolarità è proprio la trasparenza del velo che sembra adagiato sul corpo di Cristo, ma in realtà è solo il frutto dell’abile mano dell’artista. 

Per secoli però si è addirittura creduto erroneamente a un processo alchemico di marmorizzazione del sudario, compiuto dal principe di Sansevero, committente dell’opera dalla rinomata fama di alchimista. La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili, il costato scavato e rilassato nella morte sono il segno dell’intensa ricerca di Sanmartino. La meravigliosa scultura è, dunque, un’evocazione drammatica, che fa della sofferenza del Cristo il simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità.

(Foto: © Cappella Sansevero)

  • I Bronzi di Riace – Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

I Bronzi di Riace, considerati tra le testimonianze più significative dell’arte greca classica, sono due statue bronzee raffiguranti due uomini nudi, originariamente armati di scudo e lancia, divenuti simbolo della città di Reggio Calabria. I Bronzi, oggi esposti al Museo Archeologico di Reggio Calabria, furono ritrovati nel 1972, in eccezionale stato di conservazione, sul fondo del mar Ionio, nei pressi del comune di Riace Marina, da un appassionato subacqueo durante un’immersione a circa 200 metri dalla costa ed alla profondità di 8 metri. Le ipotesi sulla provenienza, sulla datazione e sugli autori delle statue sono diverse. Si suppone che i Bronzi fossero stati gettati in mare durante una burrasca per alleggerire la nave che li trasportava o che l’imbarcazione stessa fosse affondata con le statue. Alte 1,98 e 1,97 metri e dal peso di 160 kg, le statue risalgono probabilmente alla metà del V secolo a.C. e furono certamente eseguite ad Argo, nel Peloponneso. 

(Foto: ©  illpaxphotomatic / Shutterstock)

  • Bacco, Caravaggio – Gallerie degli Uffizi, Firenze

Il dipinto si inserisce nella serie giovanile delle mezze figure dipinte da Caravaggio "in chiaro" che annovera opere come il Fruttaiolo, esposto alla Galleria Borghese di Roma, il Fanciullo morso dal ramarro della Fondazione Longhi di Firenze, il Canestro di frutta della Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Caravaggio, protagonista a Roma nella prima decade del Seicento di una rivoluzione in pittura che invase l’Europa intera, ostenta in quest’opera una magistrale resa naturalistica del mondo vegetale. Sorprendente la rappresentazione del cesto di frutta e della coppa di vino offerto dal Dio, intesi da alcuni studiosi come invito oraziano alla vita frugale, alla convivialità e all'amicizia. La scultorea figura di Bacco dall’espressione stordita dal vino, è ispirata ai modelli dell’arte classica, in particolare ai ritratti di Antinoo, e appare intrisa di una sensualità languida. Mina Gregori vi ha letto una particolare visione dell’antichità inneggiante alla libertà dei sensi ed un riferimento ai riti iniziatici ed ai travestimenti bacchici che si praticavano a Roma. L’opera risale all’età giovanile del pittore, quando si trovava a Roma sotto la protezione del cardinale Francesco Maria del Monte. Questo dipinto, insieme alla Medusa, venne donato dal Cardinal del Monte a Ferdinando I de' Medici in occasione della celebrazione delle nozze del figlio Cosimo II nel 1608.

(Foto: © Takashi Images / Shutterstock)

  • La Pietà, Michelangelo – Basilica di San Pietro, Roma 

La Pietà fu realizzata tra il 1497 e il 1499 ed è considerata il primo capolavoro di Michelangelo, nonché uno dei maggiori esempi dell’arte occidentale. La scultura rappresenta la Vergine Maria che stringe tra le braccia il Cristo morto. Tradizionalmente la scena era ritratta con una certa rigidità, ma Michelangelo le donò una naturalezza e fluidità senza precedenti, con le due figure che si fondono, in una toccante intimità, dando vita a una particolare struttura piramidale, basata sulle ampie vesti di Maria. La sporgenza rocciosa su cui siede la Vergine raffigura il monte Calvario. Inizialmente collocata nella Cappella di Santa Petronilla, poi fu trasferita alla Basilica di San Pietro in Vaticano nel 1517. 

(Foto: © j_rueda / Shutterstock)

  • L’Estasi di Santa Teresa d’Avila, Bernini – Chiesa di Santa Maria della Vittoria, Roma

L'Estasi di santa Teresa d'Avila è una scultura in marmo e bronzo dorato, realizzata da Gian Lorenzo Bernini tra il 1645 e il 1652 e collocata nella cappella Cornaro, situata nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma. La scultura rappresenta Santa Teresa d’Avila semidistesa al di sopra di una nuvola che la trasporta in alto, nel cielo. Sopra di lei, a sinistra, un cherubino scaglia un dardo per colpire la santa al cuore spostando il tessuto della sua veste. Santa Teresa inoltre indossa un abito molto ampio e vaporoso, mosso dal vento. Infine, il suo corpo è completamente abbandonato e il viso assume un’espressione languida. Gli occhi chiusi poi sono rivolti al cielo e le labbra socchiuse. Bernini si ispirò ad un passo riportato negli scritti della santa che descrisse una delle sue esperienze mistiche, definite come rapimento celeste (Santa Teresa d’Avila, Autobiografia, XXIX, 13). L’opera è anche nota come Transverberazione di Santa Teresa d’Avila. Il termine transverberazione deriva dal latino “trans verberare”, cioè trafiggere. Secondo l’interpretazione mistica cattolica, Cristo o un angelo trafiggono fisicamente con un oggetto affilato il cuore del fedele. Il dardo, quindi, che scaglia il cherubino è il simbolo dell’amore divino. Bernini realizza una messa in scena dalla grande teatralità in pieno stile barocco. 

(Foto: © Stefano_Valeri / Shutterstock)

  • Gli affreschi di Raffaello a Villa Farnesina, Roma

La Villa Farnesina di Roma è un palazzo emblematico dell’architettura rinascimentale del primo Cinquecento, affrescato dai più grandi artisti del periodo. In particolare la Loggia di Amore e Psiche è il capolavoro di Raffaello Sanzio che dipinse sulla volta un ciclo di affreschi ispirati alle vicende di Amore e Psiche, tratte da Le metamorfosi, o L’asino d’oro di Apuleio. Concepita come luogo di svago e delizia che si affacciava sul giardino, la loggia costituiva l’ingresso principale della villa trasteverina del ricco mercante e banchiere senese Agostino Chigi. Nella loggia Raffaello esprime un nuovo concetto di decorazione pittorica, realizzando una perfetta osmosi tra l’interno e l’esterno, sia attraverso l’impianto figurativo dell’intera volta con la favola di Amore e Psiche, sia mediante la tecnica esecutiva dei festoni di Giovanni da Udine. Così la loggia aperta sul giardino si trasforma in un unico pergolato vegetale che celebra la storia d’amore raccontata dal mito. 

(Foto: © DEA / A. DE GREGORIO/Getty Images)

  • I mosaici della Cappella Palatina – Palazzo dei Normanni, Palermo 

La Cappella Palatina è una basilica in stile normanno-bizantino che si trova all'interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni a Palermo. Costruita nel 1130 per volere di re Ruggero II, la Cappella Palatina è caratterizzata dalla commistione di stile latino, bizantino e arabo, rappresentando la sintesi culturale e politica operata dai normanni in Sicilia. Patrimonio dell’Unesco, la cappella è inserita nel percorso di Palermo arabo-normanna ed è un luogo magico da vedere almeno una volta nella vita. Quello che vi lascerà davvero senza parole sono i mosaici della Cappella Palatina, tra i più importanti della Sicilia e i più belli d’Italia. Opera di artisti locali e greci, i mosaici originali di scuola bizantina sono ispirati alla Genesi, alla vita di Cristo e degli apostoli Pietro e Paolo, ai santi, agli angeli e ai profeti, in un trionfo di luce che nasce da milioni di tessere dorate. Sebbene prevalentemente di tema religioso, i mosaici contengono anche scene profane e raffigurazioni di flora e fauna. Probabilmente sono le uniche testimonianze così estese giunte fino a noi di mosaici profani di scuola bizantina.

(Foto:© Andreas Zerndl / Shutterstock)

Autore: Francesca Ferri 

Foto Articolo: © Franco Origlia/Getty Images

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