Giappone

Il Giappone dalla A alla Z


Il viaggio
Prologo

Quando si dice il caso.
Un giorno, guardando sul sito del CTS, ho scovato un paio di voli a prezzi convenienti e mi sono fiondato immediatamente in agenzia. Lì mi sono trovato davanti ad un dilemma amletico: 680€ a/r per Bangkok e 750€ a/r per Tokyo. Ho prontamente chiamato la mia fidanzata Monica chiedendole un parere e in cinque minuti abbiamo deliberato (o meglio sono stato incaricato di deliberare). Ho scelto il Giappone… D’altronde non sempre occorre cercare una meta per un viaggio ma è meglio lasciare che il viaggio si faccia avanti…

Malpensa – Copenhagen – Tokyo

Ecco che domenica 31 luglio 2005, ci siamo imbarcati all’aeroporto di Milano Malpensa su un aeromobile della Scandinavian Airlines (SAS) che ci ha condotto all’aeroporto di Copenhagen Kastrup, da cui dopo una breve sosta un altro aeromobile della stessa compagnia è decollato trasportandoci alla destinazione finale, l’aeroporto di Tokyo Narita.

Di lì, dopo aver sbrigato le procedure burocratiche all’ufficio immigrazione e dopo aver convalidato alla biglietteria JR il Japan Rail Pass (pass ferroviario utilizzabile su tutta la rete nazionale, compresi i treni ad alta velocità, ad eccezione delle linee private), usufruendo del treno Narita Express (N’EX) abbiamo raggiunto la stazione di Tokyo.

Quindi, utilizzando le capillari linee ferroviarie JR interne alla città (sempre contemplate dal JR Pass) abbiamo raggiunto l’alloggio, l’hotel New Koyo , economicissima sistemazione (36€ in due in camera doppia! con bagno in comune) vicina alla stazione JR Minami-senju. Camere piccolissime, ovviamente in puro stile giapponese.

Quindi, dopo qualche ora di meritato riposo pomeridiano, verso sera ci siamo ripuliti dalle scorie del viaggio e ci siamo diretti verso il quartiere più famoso per ciò che concerne la vita notturna della capitale: Roppongi . Aggiungo che la linea ferroviaria JR più famosa del centro di Tokyo è la Yamanote Line, una linea circolare (sul modello della Circle di Londra) che attraversa tutti i quartieri centrali più famosi.

Tornando a noi, abbiamo cenato al banco di un take away poco lontano dalla stazione.

Il primo impatto con la cucina giapponese è stato buono. Abbiamo provato una porzione di “palline” a base di verdura e pastella ripiene di verdura e frutti di mare, cotte su piccole piastre rotonde. Non ho mai imparato come si chiamassero…

Abbiamo poi proseguito verso il quartiere di Roppongi, con l’immancabile foto alla Tokyo Tower ubicata proprio in questo quartiere. Ci siamo poi fermati per una visita allo Zojo-ji , il tempio più famoso della zona, dopodiché la stanchezza da jet-lag si è fatta sentire e, senza giungere al centro della “movida” di Roppongi, ce ne siamo tornati in alloggio per una nottata di sano riposo.


Tokyo
Secondo giorno

La nottata è trascorsa tranquilla e alla mattina, dopo una colazione del tipo “all’inglese”, con uovo, bacon, pane tostato e burro e caffè, consumata in un ryokan affiliato al nostro ostello, ci siamo gettati nell’afosa calura delle vie di Tokyo.
Un piccolo asciugamano è sempre d’obbligo averlo con sè per asciugarsi l’abbondante sudore, anche perché tutti i treni, gli autobus e in generale tutti locali pubblici al chiuso sono dotati di maxi impianti di climatizzazione con escursioni termiche pazzesche. Dopo aver raggiunto il centro con i soliti treni JR abbiamo visitato il Palazzo Imperiale.

Purtroppo l’ingresso dentro le mura non era consentito, ma fortunatamente ci siamo riscattati con una passeggiata nei suoi magnifici giardini in stile giapponese. Siamo passati poi al Kitanomaru Koen, altro discreto parco con annesso il famoso edificio della Budokan Hall, al santuario Yasukuni-jinja, un controverso edificio dedicato alle vittime militari giapponesi e strumentalizzato alquanto dalla propaganda della destra nazionalista giapponese, spesso presente nelle vicinanze del tempio.

Abbiamo poi trascorso il pomeriggio girovagando per il celeberrimo quartiere dello shopping di Ginza (recandoci fra l’altro ai grandi magazzini Mitsukoshi ). Prima di tornare in alloggio abbiamo sostato nel quartiere di Ikebukuro per visitare il Metropolitan Art Space, un moderno edificio che ospita varie mostre d’arte, compresi vari concerti.

Un’altra sua caratteristica è la scala mobile che si dice sia la più lunga del mondo (ovviamente da noi provata con una rapida salita e discesa).

Lo stesso quartiere ospita anche due dei centri commerciali più grandi del mondo: il Tobu e il Seibu . Vista la vastità e l’ora tarda abbiamo velocemente visitato solo il primo dei due.
Per cenare abbiamo acquistato in uno degli shopping center visitati (se non erro al Mitsukoshi…) due razioni di bento e una lattina di birra che abbiamo poi consumato in camera.

Dimenticavo: nell’occasione ho acquistato anche un barattolo in vetro con dentro del sakè. Diciamo che non è male, anche se non mi ha entusiasmato più di tanto, anche perché, essendo il più economico, probabilmente non era neppure di qualità molto elevata.

Terzo giorno

Dopo la sveglia di buon ora, evitando il bis della colazione per cercare di arrivare il più presto possibile, abbiamo raggiunto il famoso e tanto decantato (persino da Alberto Angela in Super Quark….) mercato del pesce di Tsukiji . È il più grande del mondo nel suo genere, oserei dire una città (di circa 210.000 mq!).

Considerando che il Giappone consuma da solo la metà del pesce mangiato ogni giorno nel mondo si possono ben capire le sue dimensioni. Passa da questo mercato una quantità di pesce doppia rispetto al mercato di Parigi (al secondo posto nel mondo per grandezza). La mattina prestissimo si svolge la caratteristica “asta dei tonni”, ma noi ci siamo accontentati di arrivare qualche ora dopo in cambio di qualche ora di riposo in più (mai troppe, viste le lunghe marce giornaliere che caratterizzano i nostri viaggi…).

Dopo il caos del mercato il desiderio di un po’ di tranquillità ci ha condotti al Hama-rikyu Koen, un incantevole parco con diversi laghetti, compreso quello delle anatre, ponti in legno, alberi dalla forma tipicamente nipponica, fiori e altre amenità del genere; l’ingresso è a pagamento ma sicuramente la sua visita ripaga gli yen spesi.

Camminando sotto il cielo arroventato e la densa afa d’agosto, giunti alla stazione JR più vicina ci siamo diretti verso un altro celebre parco di Tokyo: Ueno-koen , situato nell’omonimo quartiere di Ueno.

Il parco presenta, oltre alla popolare statua di Saigo Takamori, un paio di bei templi e santuari. Il più famoso di essi è il Tosho-gu, dal qualche si può scorgere fra le fronde degli alberi la sagoma eretta di una pagoda a cinque piani. Subito fuori dal parco, dall’altro lato rispetto alla stazione, si trova il Tokyo National Museum, il più famoso museo di Tokyo (e forse l’unico degno di una visita a pagamento…). È composto da ben cinque edifici, dal più antico al più moderno, ognuno dei quali espone diverse collezioni di antichità ed opere d’arte giapponesi ed asiatiche. L’ultima tappa della giornata ci ha visti sostare in quello che forse è attualmente il più famoso quartiere della capitale: Shinjuku .

È sicuramente la zona più caotica ed affollata sia di giorno che di notte e con la maggior profusione di luci al neon. Noi ci siamo limitati a visitare l’edificio che ospita i Metropolitan Government Offices. Si tratta di un moderno grattacielo del tipo “a torri gemelle”, formato dalla torre nord e da quella sud. Dopo le ispezioni degli zaini da parte del servizio di sicurezza siamo saliti in ascensore all’ultimo piano, anche se non ricordo di quale delle due torri. La vista su Tokyo è stata mozzafiato, con una sterminata distesa di edifici e grattacieli di cui non si riusciva a scorgere la fine in qualsiasi direzione si guardasse.

La cena è stata consumata al banco di un ristorante (o meglio di una delle bettole a conduzione familiare che a noi piacciono tanto e che si possono trovare in ogni angolo del globo, con relative signore di mezza o tarda età in cucina, avventori alquanto popolani, arredo e finiture spartane, ottimo cibo tradizionale e prezzi molto contenuti).

Abbiamo gustato due porzioni di jiaozi (ravioli al vapore) e riso con zuppa di miso oltre alla solita ottima birra. Fra l’altro il locale in questione era situato a poche decine di metri dal nostro alloggio e con pochi passi siamo giunti alla destinazione finale della giornata.


Nikko e i laghi del monte Fuji
Quarto Giorno

Giornata dedicata alla visita dei templi e santuari di Nikko, una delle mete più famose e più belle di tutto il Giappone e dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.
La località si trova circa 150 km a nord di Tokyo, 2 ore esatte di treno cambiando alla stazione di Utsunomiya.
Dopo il bis della colazione nel solito ryokan, questa volta in tono minore, ci siamo diretti in treno verso la stazione di Ueno. Per la prima volta abbiamo usufruito di uno Shinkansen.

Arrivati alla stazione sono occorsi una ventina di minuti di marcia in salita per raggiungere il sito che si trova in mezzo ai boschi. C’era anche un autobus che percorreva la tratta, ma abbiamo ritenuto meglio impiegare il denaro altrove (peccato che piovesse).
Giunti alla meta abbiamo acquistato il biglietto cumulativo valevole per i quattro templi principali (il cui costo è di 1000 yen col cambio a circa 1€ = 134 ¥). La visita è durata poche ore ma è stata veramente meravigliosa.

L’atmosfera era ottimale e in un certo senso la pioggia ci ha aiutato. Prima di tutto perché ha tenuto lontano un buon numero di fragorose comitive di turisti. Inoltre, dopo essere cessata, si è formato quell’alone di foschia creato dall’umidità e dalle microscopiche goccioline sospese in aria che, permeando il paesaggio, l’ha reso mistico e surreale. Gli edifici principali sono il santuario Tosho-gu, il santuario Futara-san e il tempio Rinno-ji (compreso il mausoleo di Taiyuin).

Dopo la visita, a metà pomeriggio, abbiamo pranzato in un ristorante consigliato dalla fida Lonely Planet con un’abbondante e succulenta porzione di yakitori (spiedini di pollo) con riso.

La caratteristica principale del locale sono le migliaia e migliaia di dediche scritte su qualsiasi supporto (fogli, biglietti da visita, foto, tessere studenti, banconote, fazzoletti, ecc. ecc.) ed appese ai muri con puntine da disegno. Anche noi abbiamo provveduto utilizzando il retro del biglietto cumulativo d’ingresso ai templi e il nostro “manoscritto” è stato appeso sopra la porta d’ingresso. Con le gambe a dir poco fiaccate dalle numerose scalinate (peraltro presenti nella maggior parte dei luoghi di culto nipponici) ce ne siamo tornati in stazione con direzione Tokyo.

Giunti nei pressi dell’alloggio abbiamo fatto il pieno al minimarket (i più famosi sono il 7Eleven e il Lawson Station, ce ne sono quasi ad ogni angolo…) di yogurt, snack, tramezzini e bevande: cena in camera!.

Quinto Giorno

La meta di oggi: la zona del Monte Fuji.
Giunti a Kawaguchi-ko, la località più vicina al monte sul lato nord, la prima brutta sorpresa: nonostante fossero pochissimi i chilometri che ci separavano dalle pendici della montagna, la foschia generata dall’afa e le nuvole che la circondavano impedivano totalmente la sua vista.

Da non crederci! Avevamo un colosso di quasi 4000 m a distanza di pochi passi ma in tutta la giornata non siamo riusciti a scorgerlo (tranne una piccola zona di basse pendici nel tardo pomeriggio…). Ci siamo poi accorti anche di un errore di valutazione. La piantina della zona disegnata sulla guida era in scala più grande del previsto, sicché la lontananza fra i famosi Cinque Laghi del Monte Fuji era nell’ordine di alcuni chilometri.

La prevista passeggiata a piedi è dunque stata sostituita da onerose tratte percorse in autobus (i mezzi pubblici hanno tariffe salatissime). Oltre a qualche bella veduta lacustre scorta dai finestrini abbiamo visitato (pagando 2 o 3 circa € cadauna) due grotte sotterranee, la Ice Cave e la Wind Cave, formate da antiche eruzioni del vulcano e collegate tra loro da un sentiero nei boschi percorribile in circa 20 minuti.

La Lonely Planet non specificava però che nelle grotte la temperatura scende sotto lo zero (vi sono presenti abbondanti quantità di ghiaccio)!!

Dai torridi 35 gradi esterni e madidi di sudore siamo perciò discesi nelle ghiacciaie constatando che non c’era nulla di particolarmente interessante da vedere e il tragitto di visita durava solo pochi minuti. Tornati a Kawaguchi ci siamo imbattuti in una festa paesana caratteristica, con svariate bancarelle di gastronomia e donne avvolte in eleganti kimono. Sfortunatamente i treni per il ritorno non erano molti e per non rischiare di incontrare difficoltà nel rientro in hotel abbiamo rinunciato allo spettacolo dei fuochi d’artificio.

Inoltre, dopo un conteggio degli orari dei treni e dei tempi di percorrenza e di attesa delle coincidenze e dopo un controllo dello stato delle nostre gambe abbiamo a malincuore deciso di rinunciare ad un punto importante del nostro itinerario: la scalata notturna del Monte Fuji. Era una meta fondamentale ma la stanchezza e, sopratutto, le difficoltà che sarebbero sorte la mattina dopo nel tornare in alloggio a Tokyo, ritirare i bagagli e partire alla volta della città meridionale di Kagoshima con un tragitto di quasi otto ore di treno! (spostamento che non volevamo per nulla al mondo posticipare…) l’hanno resa impraticabile. Alla fine non ce ne siamo pentiti, visto che a sud abbiamo poi scoperto un paradiso…


Kagoshima-Yakushima-parco Shiratani (non è uno scioglilingua )
Sesto giorno

Giornata dedicata interamente allo spostamento da Tokyo, con tanto di bagagli e pesanti zaini in spalla, verso la città di Kagoshima, situata nell’isola di Kyushu (una delle quattro isole principali), nel “profondo sud-ovest” del Giappone.
L’unica sosta di circa un’oretta è stata riservata alla visita del castello di Himeji, situato a poche centinaia di metri dalla stazione e conosciuto anche con l’appellativo di “airone bianco” in ragione del suo candido colore e della sua posizione eretta su di una piccola altura a ridosso della città.

Anche questo sito è protetto dall’UNESCO ed è considerato il castello più bello di tutto il paese.

La distanza totale coperta in giornata è stata di 1465 km (azz! NdZ) circa ed il tempo impiegato, considerando la sosta a Himeji, di circa 9 ore. Il tragitto è stato percorso in più tappe: treno Shinkansen fra Tokyo e Shin-Osaka; altro treno Shinkansen fra Shin-Osaka e Hakata (tratta interrotta dalla già menzionata sosta a Himeji); treno espresso limitato fra Hakata e Shin-Yatsushiro; infine treno Shinkansen fra Shin-Yatsushiro e Kagoshimachuo. Quest’ultima linea è di nuova costruzione (inaugurata se non erro nell’anno 2004…) ed il treno che la percorre è veramente di lusso con interni rifiniti in modo elegante.

Giunti a Kagoshima nel tardo pomeriggio abbiamo seguito le indicazioni scritte sull’e-mail di prenotazione del ryokan Shinichi Nakazono. Non è stato del tutto semplice. Fortunatamente un signore giapponese ha telefonato all’alloggio e ci ha accompagnati a piedi. Nulla da dire sulla gentilezza e la cortesia nipponica. Una curiosità che ci ha sorpresi è il fatto che, mentre a Tokyo alle cinque e mezzo del pomeriggio era già buio, qui alle sei il sole splendeva ancora alto. Dopo esserci sistemati in camera ed esserci rinfrancati con una calda doccia abbiamo cenato in un caratteristico ristorante giapponese consigliatoci dal proprietario del ryokan, con tanto di tavolini bassi e di cuscini per sedersi e di obbligo a togliersi le scarpe.

Le portate richieste includevano del tofu (formaggio a base di soia), i soliti yakitori e altre ottime portate di cui non conosciamo il nome e che abbiamo ordinato sul menu scritto in giapponese (con i soli ingredienti in inglese). Ovviamente nessun cameriere parlava inglese. Al momento di pagare, quando ho chiesto se era possibile pagare con carta di credito, dopo varie riflessioni dei camerieri sulle mie parole in inglese…beh…d’un tratto, quando parvero aver capito e con i visi illuminati dal sorriso, mi hanno rifilato una scatola di tovaglioli di carta…

Risate, sipario, nanna.

Settimo giorno

Sveglia a Kyushu nelle prime ore della mattinata, con il sole già alto.
Dopo una colazione a base di tramezzini acquistati al minimarket, l’assai cordiale proprietario del ryokan ci ha accompagnati in auto al terminal dei traghetti e ci ha spiegato come effettuare la compilazione del modulo per l’acquisto dei biglietti (traducendolo dal giapponese). Così, sbrigate le procedure d’imbarco, ci siamo ritrovati a bordo sistemandoci in una confortevole saletta con moquette ed accoglienti poltroncine e siamo salpati alla volta dell’isola di Yakushima.

La partenza era fissata per le 8:35 mattutine (NdZ: ma a che cavolo di ora il sole da quelle parti è già alto? alle 8:35 per lo zingaro è l’alba!!!) e l’arrivo per le 12:20. La puntualità è stata ancora una volta omaggiata e dopo lo sbarco ci siamo indirizzati verso la vicina fermata dell’autobus. Quest’ultimo percorre l’isola, del diametro di circa 25 km, lungo la strada circolare vicina alla costa che procede lungo la sua circonferenza, lunga circa 96 km.

La nostra sistemazione, denominata Chinryu-An, una isolata guesthouse in mezzo alla vegetazione ai bordi degli incontaminati boschi dell’isola, si trovava all’estremità sud, diametralmente opposta al porto di sbarco. Costruita tutta in legno chiaro a vista, senza neppure le tende alle finestre!, con una rilassante sala di lettura avvolta dalle note di musica classica e new-age e le relative piccole ciotole di tè a disposizione, era molto minimalista, oserei dire molto zen . Arrivati lì, dopo le registrazione e la sistemazione in camera, abbiamo scoperto nelle vicinanze a pochi minuti di cammino un meraviglioso onsen con acqua sulfurea (almeno a giudicare dall’odore). L’esperienza è stata indimenticabile e il bagno nell’acqua caldissima con successivo risciacquo in acqua fresca veramente tonificante e rilassante allo stesso tempo. Ovviamente è stata ripetuta anche nei due giorni seguenti di permanenza sull’isola.

La cena era inclusa nel prezzo dell’alloggio, anche perché nella zona non vi erano ristoranti, ed è stata preparata direttamente dal proprietario e da sua moglie.

È stata consumata nella sala insieme agli altri ospiti, previo cerimoniale di presentazione di quest’ultimi e delle pietanze. Dopo cena il simpatico gestore ci ha istruiti sui possibili percorsi escursionistici e la loro relativa difficoltà e le maggiori attrattive naturalistiche dell’isola, poco frequentata dai turisti di massa e quindi poco illustrata sulla guida pur essendo il primo sito giapponese tutelato dall’UNESCO (NdZ: a quanto pare da quelle parti non si riesce ad urtare un sasso senza disturbare l’UNESCO)

Ottavo giorno

Abbiamo trascorso la giornata con ragazzini statunitensi (il fratello Mike domiciliato in Giappone ed insegnante d’inglese a Tokushima e la sorella Annette residente a Milwakee, nello stato del Wisconsin) nuovi amici e con una ragazza giapponese originaria di Tokyo, facendo una lunga camminata nei boschi dello scenografico Parco di Shiratani, fra incantevoli cascate, immensi cedri indigeni millenari ed una flora ed una fauna ricchissime grazie anche al clima estremamente piovoso del luogo (NdZ: in giappone serve decisamente l’ombrello). Un solo temporaneo ma abbondante acquazzone è stato quindi inevitabile e possiamo pure ritenerci fortunati.

Il momento più emozionante è stato sicuramente l’arrivo, dopo una faticosa marcia su un’impervia salita sotto la pioggia scrosciante, ad un punto panoramico con una maestosa vista sulle valli interne dell’isola. Ci siamo quindi seduti su uno sperone roccioso per riposarci e ristorarci mangiando le polpette di riso avvolte in foglie di alghe che ci erano state preparate dalla proprietaria dell’alloggio (NdZ: il samurai addetto a scudisciare i turisti per assicurare loro una esperienza davvero indimenticabile era momentaneamente impeganto altrove). Un gruppetto di scimmie locali è stato poi l’ultimo piacevole incontro, a coronamento di una giornata indimenticabile, subito prima di tornare all’automobile noleggiata dal solito proprietario dell’alloggio, con cambio automatico e ovviamente guida a sinistra (ero l’unico con la patente internazionale, anche se non valida in Giappone, e mi sono dovuto quindi accollare l’onere della guida).

La spiaggia di Kurjo e poi Miyajima
Nono Giorno

Un’altra giornata memorabile è stata quella trascorsa sulle spiagge di Kurio. Le acque limpidissime antistanti la barriera corallina, incorniciate dalle verdeggianti montagne dell’isola, offrivano un panorama naturale veramente incantevole. Dopo aver consumata la colazione abbiamo nuovamente noleggiato l’automobile insieme a Mike e Annette e ci siamo diretti verso questo litorale situato a circa 14 km dal nostro alloggio, nella parte sud-occidentale dell’isola. La zona è caratterizzata da una stretta penisola che si distende verso sud, creando una placida baia interna separata dall’Oceano Pacifico, posto a ovest.

L’intero tratto di mare, come già detto, presenta diverse parti di barriera corallina. La prima tappa è stata la spiaggia rivolta al Pacifico, contraddistinta da una costa sabbiosa con fondale marino ghiaioso e vasti sistemi rocciosi. Dopo un’immersione di un’oretta ci siamo spostati sulla spiaggia rivolta alla baia interna. Qui abbiamo scovato un vero e proprio angolo di paradiso: un grande sistema roccioso che dalla spiaggia si inoltra nell’oceano, in cui l’abbassarsi della marea dà vita ad una grande quantità di pozze e piccoli specchi d’acqua limpidissima e ricca di pesci, granchi e molte altre varietà marine. L’unica nota negativa è stata la scottatura a causa della troppa esposizione al sole (neppure tre ore…) subita in acqua senza l’adeguata protezione (NdZ: praticamente il giorno primai nostri eroi erano sottozero in una grotta.

Il giappone è una terra estrema). Mi ha tormentato per i successivi due giorni fino ad una bella spellatura finale. Nel pomeriggio avremmo voluto raggiungere una cascata nel cui bacino naturale si poteva nuotare, situata a due ore dalla nostra guesthouse. Il clima piovoso (NdZ:ghiaccio, pioggia, ustione solare, pioggia: comincio a capire perche’ lo zen è nato da quelle parti.) si è però fatto nuovamente notare annullando i nostri progetti.

Decimo Giorno

Appena svegli abbiamo riordinato i bagagli pronti per l’ennesimo spostamento.

Dopo aver consumato la colazione ed aver salutato Mike e Annette abbiamo trascorso in relax nella sala lettura l’ora e mezza di tempo che ci separava dal passaggio dell’autobus per il porto di Miyanuora. Giunti lì abbiamo acquistato i biglietti per il traghetto, più economico rispetto ai ben più rapidi jet-foil, e dopo una breve attesa ci siamo imbarcati sull’unica partenza giornaliera. Sbarcati a Kagoshima all’incirca alle 17:30 siamo arrivati a Miyajima-guchi quasi sette ore dopo con un lento treno locale partito a mezzanotte da Hiroshima.

Ovviamente, come d’altronde previsto, l’ora era troppo avanzata per i traghetti verso l’isola di Miyajima ed avevamo già prenotato via e-mail due letti nell’ostello Miyajimaguchi Youth Hostel, affiliato all’Hostelling International e situato a pochi metri sia dalla stazione dei treni che dal porto d’imbarco. Fortunatamente il solito minimarket aperto 24 ore su 24 sembrava attenderci fuori dalla stazione con un paio di squisiti tramezzini. Giunti infine all’alloggio, vista l’ora e per evitare di svegliare gli altri ospiti, il gestore ci ha assegnato una camerata solo per noi due.


Undicesimo giorno

Svegli di buon’ora ci siamo diretti verso il molo delle partenze dei traghetti JR, gratuiti perché compresi nel pass ferroviario.
Dopo circa un quarto d’ora di navigazione siamo approdati sull’isola di Miyajima , annoverata fra i “tre migliori paesaggi del Giappone” (NdZ: strano che l’UNESCO non dica la sua…).

L’imponente torii, la porta d’accesso ai santuari shintoisti, di colore arancio acceso, posto a circa 200 metri dalla riva e bagnato dal mare durante le alte maree è adibito ad ingresso al vasto santuario di Itsukushima . Quest’ultimo, con i suoi rossi colonnati e le passerelle in legno costruite sull’acqua, è stato anch’esso proclamato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO (NdZ: e mi pareva!!! ). Sistemati i bagagli in alloggio, il più costoso dell’intero viaggio, un ryokan denominato Miyajima Morinoyado (circa 68 euri a persona a notte in camera doppia), ci siamo addentrati fra le meraviglie dell’isola.

Passeggiando lungo le stradine costiere, oltre a diversi interessanti scorci ed a numerosissimi gruppi di cervi completamente addomesticati abbiamo visitato il tempio Daigan-ji ed il vicino Homotsukan (quest’ultimo ospitante la sala del tesoro che non abbiamo visitata).

A pochi metri sorge il già citato santuario di Itsukushima, fra l’altro quasi completamente distrutto da un ciclone (NdZ: l’invasione delle cavallette è prevista per l’anno prossimo…) )abbattutosi in questa zona l’anno passato e attualmente ancora in fase di restauro in molte sue parti.
Ci siamo diretti poi al tempio Senjo-kaku e la sua bella pagoda a cinque piani, anch’essa in fase di restauro coi soli ultimi due piani scoperti. Dopo qualche sosta nei caratteristici negozi e l’acquisto di un paio di oggetti in legno abbiamo affrontato la salita attraverso il Parco Momijidani verso il punto di partenza della funivia per il Monte Misen, un rilievo che domina l’isola nella sua parte interna.

Intorno all’edificio capolinea della funivia si estende un parco ospitante un nutrito gruppo di scimmie nonché i soliti cervi. Nei pressi della vetta della montagna, dopo una bella camminata in salita di venti minuti circa sotto il sole rovente (NdZ:!!!!!!!!!), oltre ad un bel punto panoramico si possono trovare alcuni discreti templi e santuari. La discesa l’abbiamo effettuata a piedi percorrendo un numero infinito di gradini fino a giungere ad un tempio magnifico: il Daisho-in. Dopo la splendida ma pesante giornata, un bagno nell’ onsen collocato al piano terra del ryokan e la cena servita direttamente in camera come da prassi in questo tipo di alloggi sono stati dei piacevoli diversivi a coronamento di questi luoghi splendidi.

Amanohashidate
Dodicesimo giorno

Dopo un tipica colazione alla giapponese (chiaramente a base di pesce, verdure e zuppa) ci siamo indirizzati verso l’imbarco dei traghetti.
Ci siamo però concessi una sosta per fotografare la pagoda a cinque piani Taho-to, situata a poca distanza.

Di nuovo “on the road” o meglio “on the railway” la meta odierna da raggiungere in treno era Amanohashidate, un altro dei “tre migliori paesaggi del Giappone”, una lingua di sabbia lunga circa 3,6 chilometri e stretta poche decine di metri, con una “popolazione” di circa 8000 pini (NdZ: il che la dice lunga sulla vita notturna del luogo…).

Essa unisce le due sponde di una baia dividendola dal mare aperto e creando quindi una sorta di laguna, frequentatissima d’estate quale famosa località balneare. Lungo il tragitto ci siamo concessi una sosta obbligata in attesa della coincidenza del treno a Fukuchiyama, località interna alla regione del Kansai, per la verità alquanto squallida anche perché pullulante di locali a sfondo sessuale fuori dai quali anche in pieno giorno vi erano presenti numerose adescatrici, molte delle quali occidentali ed est-europee… Ripreso il viaggio siamo finalmente arrivati alla meta nel tardo pomeriggio.

L’ostello prenotato, l’Amanohashidate Youth Hostel, si trovava ad Ichinomiya, sull’altra sponda rispetto alla stazione, e l’ultimo traghetto era salpato da pochi minuti. Fortunatamente con un paio di euri in più abbiamo usufruito di un veloce motoscafo “privato”. Sistemati i bagagli e preparati i letti nelle rispettive camerate siamo usciti per cenare. Sulla strada principale, a poche centinaia di metri dall’alloggio, erano presenti due o tre ristoranti. Scelto quello che a nostro parere era il più carino, ma ripromettendoci di provare in seguito anche gli altri, siamo entrati e abbiamo ordinato una ciotola di soba (tagliolini scuri a base di grano saraceno) ed un piatto a base di riso e uovo, il tutto annaffiato con una squisita birra fresca. Un ragazzino giapponese amante della lingua inglese ha voluto scambiare con me alcune parole, dopodiché abbiamo saldato il conto e siamo rientrati in ostello.

Tredicesimo giorno

Essendo come già accennato Amanohashidate una discreta località balneare e volendo dedicare un paio di giorni al più completo relax tipicamente “da spiaggia” dopo dodici giorni di spostamenti ed escursioni, come potevano essere le condizioni climatiche se non nuvolose e piovose per tutto il periodo?

(NdZ: e questo spiega perchè l’harakiri è stato inventato da quelle parti… ).

Detto ciò e tenuto conto del fatto che la zona, escludendo il mare, non ha molto da offrire in termini escursionistici, la mattinata del primo giorno l’abbiamo trascorsa nella località di Ine , un pittoresco villaggio di pescatori posto a circa cinquanta minuti di autobus da Amanohashidate. La sua particolarità principale sono le tipiche abitazioni in legno dei pescatori locali, chiamate funaya , simili a palafitte innalzate direttamente sull’acqua ed aventi una rimessa a livello del mare nella quale collocare le imbarcazioni. Per l’esplorazione della zona, durata circa mezz’ora, ci siamo serviti di un battello turistico gremito di giapponesi (NdZ: il che in giappone, a volte, capita…).

Tornati dalla visita ad Ine ci siamo diretti verso la famosa lingua di sabbia e l’abbiamo attraversata per intero a piedi nonostante ci abbia sorpresi un modesto acquazzone. Al ritorno il sole è iniziato a farsi vedere e, dopo aver pranzato in un grande chiosco vicino alla spiaggia (ho provato persino un wurstel chiamato “Francoforte”…) ci siamo finalmente distesi sulla sabbia per qualche ora vicino a numerose comitive di giapponesi. Mi sono potuto concedere anche un paio di bagni in mare. Alla sera abbiamo consumato un’altra bella cenetta in uno dei ristoranti situati nei pressi dell’ostello.

Quattordicesimo giorno

La seconda altrettanto pessima giornata è iniziata con un caffè squisito quanto caro, accompagnato da buonissimi toast con burro e fette di pomodoro (NdZ: marmellata mai, neh? ) e uovo sbattuto. Poi abbiamo raggiunto la postazione di partenza della funivia per il parco con il belvedere panoramico, chiamato Kasamtsu-koen, ma ovviamente per puro spirito economico l’abbiamo raggiunto a piedi tramite una scalinata interminabile. Arrivati in cima ci siamo ripresi dalla fatica ammirando lo splendido paesaggio (come ho già detto è uno dei tre più belli del paese) danneggiato solo dalla foschia prodotta dall’afa.

La tradizione vuole che si guardi questo panorama piegati in avanti con la testa fra le gambe… Risultando capovolto sembra che Amanohashidate galleggi sull’acqua. Un’alternativa è attendere l’arrivo a casa per capovolgere la foto… (NdZ: e pensare che c’e’ gente che si droga per ottenre gli stessi effetti…).

Visto che il tempo non migliorava ci siamo diretti, naturalmente a piedi nonostante ci fosse un regolare autobus (NdZ: ma perche? dico io, perchè?? ), verso un tempio a circa un chilometro e mezzo da lì. Il tempio, denominato Naria-ji, è il tempio numero 28 del circuito di pellegrinaggio dei 33 templi del dio (o dea) Kannon. Al ritorno, scendendo la scalinata del belvedere, abbiamo incontrato un giovane monaco che stava abbellendo un tempietto in onore dell’O-bon , (la festa dei morti che cade nel periodo dal 13 al 16 agosto). Nel pomeriggio si sarebbe tenuta la cerimonia con i familiari delle persone ultimamente defunte, ma la stanchezza ha avuto il sopravvento e siamo restati sul divano dell’ostello a leggere in relax prima di uscire per un’altra bella cenetta serale nel ristorante della prima sera, nel quale abbiamo conosciuto tre simpatici signori che ci hanno offerto una porzione di fritto, un cocktail ed una bottiglia di birra…

Nara
Quindicesimo Giorno

Prima di partire per il viaggio in Giappone, fra i tanti siti internet visitati, abbiamo esaminato anche quello della città di Nara.
Nella sezione degli eventi era riportato il festival in programma per il giorno 15 agosto, sempre in occasione dell’O-bon , nell’immenso parco della città, con l’accensione di lanterne atte ad accompagnare le anime degli antenati di ritorno dal mondo dei morti.

Partiti da Amanohashidate col primo traghetto della mattina ci siamo quindi indirizzati verso la stazione in cui, dopo aver consumato un paio di tramezzini per colazione, siamo saliti sul primo treno per Kyoto.
Arrivati a destinazione abbiamo raggiunto l’ostello, il Backpackers Hostel K’s House (secondo alcuni il migliore ostello d’Asia).
Alloggio pulito, efficiente e moderno (inaugurato nel novembre 2003) con camere in stile occidentale.

Avevamo prenotato via e-mail una doppia senza il bagno per quattro notti al prezzo di circa 23 euri a persona.

Dopo aver posato i bagagli siamo tornati in stazione e ci siamo diretti a Nara, distante solo 40 minuti circa di treno, il cui patrimonio culturale è un’altro sito giapponese protetto dall’UNESCO (NdZ: non avevamo dubbi).
Una volta lì ci siamo incamminati verso il famoso parco Nara-koen, che ospita meravigliosi templi e santuari nonché una vastissima colonia di cervi che si aggirano fra i visitatori.

In sequenza abbiamo visitato il Kofukuji con la sua bella pagoda a cinque piani, il Todaiji, l’edificio in legno più grande del mondo, con una stanza ospitante la statua del Buddha alta 25 metri che noi non abbiamo visitato e il santuario Kasuga Taisha. Dopodiché, in attesa dell’inizio dei festival (visto che erano ben cinque! sparsi nel parco e nei templi) abbiamo fatto la conoscenza di una comitiva composta da una coppia di ragazzi e da due signore, tutti provenienti dai dintorni di Osaka, che ci hanno tenuto compagnia per il resto della serata (una delle due signore canticchiava Arrivederci Roma…) (NdZ: esperienza con tutta probabilità agghiacciante; pare che il canto sia utile a tenere lontani i cervi che infestao il parco).

Calata l’oscurità ci siamo accodati alla folla per l’ingresso al santuario Kasuga Taisha, fra le cui rosse colonne ardevano un numero enorme di lanterne creando una atmosfera veramente unica, compromessa solo dalla moltitudine di visitatori, comunque civilissima. Anche fare qualche foto cercando di evitare il passaggio delle persone è stata una vera e propria impresa. Spostandoci all’interno del parco siamo giunti poi in una vasta zona erbosa su cui era adagiata una distesa enorme di lumini.

Infine abbiamo visitato un laghetto anch’esso adorno di luci soffuse e lanterne galleggianti su pittoresche barchette.

Qui abbiamo comprato uno spiedino yakitori a testa in uno dei numerosissimi chioschi che caratterizzano le feste giapponesi. La pioggia è iniziata a cadere e, viste anche l’ora e la stanchezza incombente, insieme alla fiumana di persone abbiamo raggiunto la stazione dei treni JR e quindi la città di Kyoto. In ostello si è verificato un piccolo contrattempo dovuto ad uno scarafaggio sul muro, per la cui eliminazione, dato che mi è inizialmente sfuggito, ho dovuto chiamare il gestore dell’ostello dotato di insetticida. Ovviamente la bagarre ha svegliato mezzo ostello. Due giorni dopo ci sono state offerte due biciclette a noleggio gratuito per scusarsi del disturbo… (NdZ: civilta’ nipponica! in altri lidi il turista deve ammazzarsi da solo i parassiti, che di regola scappano ciulando le biciclette degli ospiti).


Kyoto
Sedicesimo Giorno

Prima giornata trascorsa in giro per la città di Kyoto, il cuore del Giappone più tradizionale nonché meta di grande richiamo turistico e tappa d’obbligo per ogni viaggiatore che si rechi nel paese.

Il patrimonio culturale ed artistico di questa città è immenso; pensate che ben tredici templi, tre santuari ed un castello sono entranti di diritto nel Patrimonio dell’UNESCO (NdZ: aaaargghhhh!!!). La sua squisita antichità contrapposta all’altrettanta diffusa modernità ne fanno un simbolo dell’attuale status del paese. Il 16 agosto si svolge una delle manifestazioni più importanti della città a chiusura del periodo dell‘O-bon: il Daimoji. Nelle cinque principali colline che circondano Kyoto si accendono enormi falò a forma di lettere kanji (metodo di scrittura giapponese) collegati al mondo dei morti e formati da numerose cataste di legno.

Il tour giornaliero è iniziato dai due templi più vicini al nostro ostello: il Nishi-Honganji ed il Higashi-Honganji, distanti tra loro poche centinaia di metri. Ci siamo poi diretti a piedi verso nord fino a raggiungere il castello Ni-jo, che purtroppo abbiamo trovato chiuso (probabilmente a causa del Daimonji ).

Il tragitto è stato più lungo e faticoso del previsto, traditi dalla scala della piantina sulla guida.

La meta seguente raggiunta sempre a piedi è stato il Palazzo Imperiale di Kyoto, anch’esso chiuso e comunque visitabile solo dietro richiesta di un visto speciale. Tornando verso il centro storico ci siamo diretti al famoso mercato Nishiki-koji, inserito in una lunga galleria ricca di rivendite di ogni sorta, ed abbiamo poi gironzolato anche nelle altre vie e gallerie di negozi che si incrociano alla principale. Proprio in un negozio di questa zona abbiamo acquistato un favoloso trittico di stampe originali giapponesi su carta di riso risalenti all’anno 1889 e dipinte a mano. Il tutto è già incorniciato nel soggiorno di casa.

Verso sera abbiamo raggiunto in metropolitana un luogo posto qualche chilometro a nord del centro, alla confluenza dei due rami del fiume Kamo, considerato uno dei posti con la visuale migliore per assistere a due dei cinque fuochi del Daimonji. La folla era numerosa e le caratteristiche nonché coloratissime bancarelle di gastronomia erano già abbondantemente al lavoro.

Alle 20 come da programma i falò hanno iniziato ad ardere. Per scattare qualche foto in autoscatto e sovraesposizione ai fuochi lontani è occorso fare la fila per raggiungere i parapetti dei ponti. Prima di tornare all’alloggio abbiamo cenato in una “bettola”, con poche decorazioni e fronzoli ma con cibo di buona qualità. La cucina era ricavata in un garage con tanto di cuoco con gli stivali…

Diciassettesimo giorno

Come già accennato in precedenza, l’ostello ci ha offerto due biciclette gratuite per tutta la giornata a causa del “bacherozzo” sacrificato due sere prima.
Detto ciò e saliti in sella ci siamo diretti nella zona est della città. Subito abbiamo intravisto alcune belle rivendite di prodotti artigianali in ceramica e in una di esse abbiamo acquistato un piccolo vaso ed una teiera.

Pagando ho notato un’insegna indicante una possibilità di sconto mostrando la tessera Hostelling International, che noi avevamo ovviamente dimenticato in ostello, ma la gentilissima signora ci ha comunque accordato il 10% di sconto (ad ogni modo la nostra tessera era scaduta tre giorni prima…).

Siamo quindi risaliti in sella e ci siamo diretti verso il primo sito degno di interesse: il Kyomizu-dera , un bel tempio con vari altari e padiglioni forse un po’ troppo frequentato dai turisti, con la particolare cascata da cui i giapponesi bevono confidando nelle proprietà taumaturgiche dell’acqua. Siccome l’itinerario seguito era indicato sulla guida come “passeggiata pedonale” ci siamo trovati a dover proseguire scendendo un scala da qualche decina di gradini. Ovviamente per spirito cavalleresco mi sono dovuto accollare il trasporto a spalla di tutti due i mezzi.

Ne è valsa la pena perché la via sottostante, la Sannen-zaka, si è rivelata una tipica stradina ricca di bei negozietti, ristorantini e sale da tè in stile antico. La seconda meta è stato il tempio Kodai-ji, con i sui meravigliosi giardini, e la terza il tempio Chion-in, con la sua lunga scalinata d’ingresso e i suoi enormi padiglioni, meno invaso dai visitatori e decisamente più tranquillo. Fiaccati dalle continue salite e discese e dal caldo opprimente ci siamo diretti in discesa verso la strada maestra ed abbiamo pranzato nella solita “bettola” con cucina tipica cinese (che comunque in molti casi si avvicina non poco a quella nipponica) ed una fresca birra chiara Sapporo.

Rinfrancati dalla sosta siamo tornati nella zona del Chion-in, e precisamente qualche centinaio di metri più avanti, per visitare lo Shoren-in, un altro bellissimo tempio una delle cui particolarità è un gigantesco albero di canfora posto al suo ingresso. Ovviamente la stragrande maggioranza delle visite ai templi è a pagamento (da 2 ai 5 euri circa) per cui a fine giornata la somma degli euro spesi nelle visite è niente male.

Aggiungete a queste somme il denaro speso dai fedeli nelle piccole offerte obbligatorie ad ogni preghiera e capirete il perché gli edifici di culto giapponesi non se la passino per niente male.

Dopo il Shoren-in abbiamo raggiunto il santuario shintoista Heian Jingu, caratterizzato da un torii di ingresso alto svariati metri e visibile da molto lontano e da uno sconfinato piazzale esterno circondato dai coloratissimi altari e dai colonnati dei padiglioni. Per concludere il pomeriggio abbiamo parcheggiato le biciclette ed affrontato l’ultima ardua salita attraverso il cimitero di Kurodani fino alla pagoda a cinque piani posta alla sua sommità e dalla quale abbiamo potuto godere della vista di un bel panorama su Kyoto che non ha però ripagato appieno i nostri sforzi anche a causa del solito velo d’afa che lo copriva.

Tornati in camera ci siamo ripuliti dalle scorie della giornata e ci siamo abbigliati prima di uscire nuovamente in bici diretti alla più famosa e tipica via di Kyoto in fatto di ristoranti:Pontocho-dori, situata nel quartiere Pontocho, nel cuore del centro storico a pochi passi dalla riva del fiume. I prezzi non sono proprio economici ma la scelta è veramente ampia visto che sui due lati della stretta via in vecchio stile sono presenti quasi esclusivamente dei ristoranti di ogni genere. Immersi fra le lanterne e le luci al neon abbiamo passato in rassegna diversi locali prima di scegliere quello più adeguato. Il conto finale della cena a base di sushi, sashimi, tempura, oden e altre raffinate quanto minuscole portate è ammontato a circa 54 euri. Non è stato dei più bassi, ma considerando che è stata la prima cena “di lusso” fatta nel viaggio ci siamo ritenuti oltremodo soddisfatti. Dopo una passeggiata e l’acquisto di due bottiglie di sakè da portare in Italia siamo risaliti in sella diretti in ostello.

Tutto in una notte (da Kyoto a Copenhagen)
Diciottesimo giorno

Anche il nostro ultimo giorno di permanenza a Kyoto l’abbiamo trascorso pedalando fra i suoi monumenti più belli, anche se questa volta ahimè le biciclette non ci sono state offerte (NdZ: nonostante la ricerca spasmodica di scarafaggi da sacrificare 🙂 ).

Siamo partiti dopo avere liberato la camera e lasciato i bagagli in deposito all’ostello.
La prima sosta è stata in un forno locale ove abbiamo acquistato qualche provvista, compresa una fetta di pane tostato condito già con uovo sodo e bacon in stile “colazione completa”.

Ci siamo quindi spostati di poco a sud fino al To-ji, un bel tempio annoverato nel patrimonio cittadino ed ospitante fra l’altro la pagoda a cinque piani più alta del Giappone elevata per un’altezza di ben 57 metri! Ci siamo poi diretti a nord per un percorso abbastanza lungo dislocato quasi interamente in salita anche se fortunatamente in alcuni tratti la pendenza era lieve. Raggiunta la zona nord-occidentale della città abbiamo visitato tre templi posti nel raggio di pochi chilometri ma veramente meritevoli di una visita. Per primo abbiamo visto il Kinkaku-ji, meglio conosciuto come Padiglione d’Oro, incendiato nel 1950 da un monaco buddista ossessionato dalla bellezza del tempio e divenuto in seguito protagonista dell’omonimo libro di Yukio Mishima ispiratosi proprio all’episodio.

A nostro avviso questo monumento è stato indubbiamente il più bel tempio di tutta la città di Kyoto e forse dell’intero Giappone, con il suo esterno interamente laminato d’oro e i suoi laghetti che ne riflettono l’incantevole immagine. A seguire ci siamo spostati al Ryoan-ji, famoso per il suo bel parco ma soprattutto per il suo importante giardino zen formato da 15 massi di pietra “galleggianti” sopra un mare di sabbia. L’ultima meta turistica della giornata è stato il Ninna-ji, anch’esso caratterizzato da un enorme parco ed un altrettanto enorme piazzale centrale nonché una bella pagoda a cinque piani.

Consigliati dalla Lonely Planet ci siamo infine spostati verso uno splendido onsen , il Funaoka Onsen , nel quale al prezzo di pochissimi yen abbiamo potuto usufruire di ogni tipologia di bagno caldo compresa una vasca con idromassaggio, una vasca con elettrostimolazione, una cascata calda sulla parte posteriore del collo, una bagno in acqua alle erbe, una bagno in una vasca in legno di cipresso, ed infine una rovente sauna con seguente immersione in acqua fredda (NdZ: ma allora anche in Giappone si può godere!).

All’uscita eravamo così distesi e purificati nel corpo e nello spirito che ci era difficile persino pedalare.

Arrivati all’alloggio ci siamo riappropriati dei bagagli e ci siamo indirizzati a piedi verso la stazione JR per salire sullo shinkansen diretto a Tokyo. Fuori il crepuscolo stava velocemente lasciando il posto all’oscurità della sera.

Siamo giunti all’incirca alle undici alla stazione di Tokyo ed abbiamo provveduto a depositare i bagagli negli armadietti a pagamento, faticando non poco a cambiare le banconote in monete in giro per i negozi e i ristoranti della stazione intenti a chiudere i battenti. Ci siamo serviti poi della solita linea circolare Yamanote Line per raggiungere la stazione di Shinjuku, il quartiere con la vita notturna più pacchiana di Tokyo, invaso da una selva di luci al neon e di locali a luci rosse nonché di Love Hotels. Questi ultimi altro non sono che hotels specializzati per clienti bisognosi di privacy per appuntamenti a sfondo intimo, siano essi coppie normalissime in cerca di un po’ di trasgressione o clienti con prostitute al seguito.

Le loro particolarità risiedono anche nell’arredo alquanto kitsch delle camere, tutte pressoché ammobiliate “a tema”, e nella discrezione del personale (pensate che anche il portiere comunica spesso solo attraverso una fessura e resta nascosto col viso per evitare di guardare gli ospiti e poter quindi garantire loro l’anonimato e sovente ci sono più uscite per permettere alle coppie di andarsene separatamente ed evitare perciò di farsi sorprendere insieme!).

Tornando a noi abbiamo cenato in un piacevole ristorante vegetariano di fascia non troppo bassa, ovviamente con porzioni minuscole e prezzi elevati, ma l’ultima sera di permanenza in questo magnifico paese meritava questo ed altro. Addirittura il gentilissimo cameriere ci ha presentato una cartina dell’Italia appena stampata da internet chiedendoci di indicare la nostra zona di provenienza! Ci siamo poi tuffati nella baraonda gironzolando per le vie di Shinjuku con la stanchezza che iniziava a farsi sentire visto che la giornata trascorsa non è stata troppo tranquilla in previsione della “notte bianca”.

La sosta per il gelato (un “Tokyo Tower” alto ben 33 cm!) su una panchina di fronte alla gelateria ha contribuito all’arrivo del sonno e dopo pochi minuti Monica dormiva ed io vegliavo a fatica.

Dopo un’oretta passata nel torpore abbiamo notato nelle vicinanze un supermercato aperto tutto il giorno e ci siamo fiondati al suo interno. La merce era la più varia, dal reparto animali al reparto elettronica, dal reparto giocattoli al reparto cosmetici, e la musica alta ci ha perlomeno dato un scossa.

Dopo aver acquistato una piccola pecora di peluche per il nostro cane bassotto siamo usciti e ci siamo diretti a piedi alla stazione aspettando poi sui gradini l’apertura prevista per le quattro e mezza. Saliti sulla prima o seconda corsa della Yamanote Line (già affollata a quell’ora!) siamo scesi alla stazione di Tokyo ed abbiamo dovuto ripagare l’importo per il deposito dei bagagli visto che a mezzanotte era scattata la giornata successiva. Abbiamo atteso poi circa quaranta minuti su una panchina la partenza del treno per l’aeroporto Narita, un lentissimo treno locale superato a metà strada dal Narita Express che sarebbe partito poco dopo dallo stesso binario. Giunti esausti al terminal abbiamo atteso la comparsa del numero dello sportello per il check-in e l’unico aereo in ritardo era il nostro. Al gate d’imbarco abbiamo speso gli ultimi yen per due bottigliette d’acqua e ci siamo poi imbarcati.

Il volo di ritorno è andato bene, abbiamo sorvolato come all’andata la Cina, la Russia, la Finlandia e la Svezia, prima di atterrare nell’assolato pomeriggio di Copenhagen. Il comodo treno ci ha condotti dal terminal alla stazione ferroviaria principale, un delizioso edificio che col suo stile architettonico ci ha di nuovo fatto riassaporare dopo tre settimane il clima tipicamente europeo. Ci siamo poi incamminati verso l’alloggio già prenotato su internet, il Danhostel Copenhagen City, l’ostello della gioventù più grande d’Europa ed il primo al mondo a cinque stelle (NdZ: l’UNESCO non si è ancora accorto della sua esistenza, sennò…), le cui camerate (noi eravamo in una da otto mista) sono veramente ben rifinite ed arredate compreso il pavimento in parquet e gli ascensori e le serrature a lettura magnetica, anche se non è tra i più economici (circa 24 euri a persona a notte in camerata senza colazione…).

Sistemati i bagagli e preparati i letti ci siamo ripuliti con una sana doccia e siamo usciti nella freschissima brezza serale della capitale danese, un clima completamente differente da quello nipponico.

Abbiamo imboccato lo Strøget diretti al famosissimo canale Nyhavn e precisamente alla sua serie di caffè e ristoranti veramente stupendi anche se non proprio economici. Ci siamo voluti concedere una cena niente male con insalatona iniziale e filetto di carne per me e una fetta salmone per la mia fidanzata, il tutto irrigato da ottima birra al prezzo di una cinquantina di euro in due. Al ritorno in camera siamo finalmente riusciti a trovare un meritato riposo ed una nottata tranquilla con i nostri compagni di stanza, una ragazza irlandese e due ragazzi, un portoghese ed un tedesco.


Copenhagen
Diciannovesimo giorno

Ah, l’Europa…l’odore dei forni, l’aroma dei caffè, i lunghi campanili, le pittoresche piazze, gli antichi palazzi… Al piano terra dell’ostello servivano la colazione a buffet, la celebre morgenmad danese. Vista l’abbondanza abbiamo deciso di usufruirne pagando pochi euri, ma ne è valsa veramente la pena considerando la quantità e la varietà delle vivande, una profusione di vari tipi di yogurt, cereali, affettati, pane, marmellate, formaggi, succhi di frutta, oltre ovviamente a tè, latte e caffè.

Dopo esserci letteralmente abbuffati siamo usciti con l’intento di usufruire delle famose biciclette gratuite messe a disposizione dei turisti. Nonostante le varie indicazioni da parte dei passanti non siamo riusciti a trovare nessuna postazione di noleggio, malgrado ognuno ci dicesse che ce n’erano in ogni zona della città e in centro ne avremmo trovate tante. Vista l’improduttività delle ricerche e per evitare di perdere del tempo prezioso abbiamo deciso di spostarci esclusivamente a piedi…tanto per cambiare. Inoltre Copenhagen è una città con un centro storico relativamente piccolo e i siti più importanti si trovano nel raggio di pochi chilometri.

Ci siamo quindi diretti subito verso la Radhuspladsen, la piazza del municipio, nonché capolinea di varie linee di autobus e punto di partenza della famosa Strøget , la via pedonale più lunga del mondo fiancheggiata da negozi, caffè e boutique d’ogni sorta.

L’abbiamo percorsa finché svoltando a destra abbiamo raggiunto il Christiansborg e l’abbiamo attraversato, fotografando naturalmente la sua bella fontana, diretti sull’isola al di là del canale principale per visitare uno dei quartieri simbolo della capitale danese:Christiania. Questa zona della città è stata occupata da una comunità hippie negli anni settanta e da allora è autogestita da loro stessi, con la conseguente libera circolazione di sostanze più o meno lecite.

Nonostante qualcuno fumi ancora “canne” in libertà, il quartiere mi ha dato un po’ la sensazione che stia divenendo sempre di più un’attrazione turistica, complici anche alcune recenti irruzioni della polizia. Dopo una bevuta in uno dei suoi pub siamo usciti e, come recita l’insegna posta all’uscita, siamo “tornati nell’Unione Europea”. Poco lontano da Christiania vi è una splendida chiesa, la Vor Frelsers Kirke, con un magnifico organo tutto intagliato in legno e il suo campanile nel quale siamo saliti a piedi percorrendo 400 gradini circa ma potendo così ammirare un’incantevole vista sulla città. Vedendo la nostra fotocamera Nikon una turista giapponese di mezza età si è lasciata andare ad un’esclamazione di stupore, accresciuto quando gli abbiamo detto che solo poche ore prima eravamo proprio in Giappone…

Passando per la piazza Kongens Nytorv siamo tornati sul canale Nyhavn e ci siamo seduti in un bar ricavato dentro un’imbarcazione sul lato destro del canale bevendoci una Tuborg ristoratrice e facendo quattro chiacchiere col gestore. Tornati sulla strada i nostri passi si sono indirizzati verso la famosa residenza reale Amalienborg, con la sua immensa piazza ottagonale e i suoi quattro palazzi disposti geometricamente intorno ad essa. Un grande viale conduce poi alla chiesa Marmorkirken. Sull’altro lato della chiesa corre la via Kongensgade, nella quale abbiamo sostato per mangiare un’appetitosa (quanto costosa) bagel.

Dopo lo spuntino ci siamo diretti al Kastellet , un vecchio fortino militare perfettamente conservato e di forte impatto con il contrasto fra il rosso acceso degli edifici e il verde intenso del prato che cresce nel vastissimo parco.

Da segnalare la presenza di un bel mulino a vento che si presta ad un’immancabile fotografia e una piccola chiesa, la Skt. Albans Kirke , eretta al di là di un pittoresco laghetto.

La maggior parte dei visitatori che raggiungono il Kastellet lo fanno per ammirare anche un’altra attrazione che si trova a due passi da lì: la famosa anzi strafamosa quanto deludente Sirenetta , famosa forse più per merito delle sue peripezie che della sua bellezza. Essa è stata infatti più volte trafugata, decapitata e chi più ne ha più ne metta. Siamo quindi tornati verso il centro cittadino fermandoci a visitare l’altra famosa quanto elegante residenza reale cittadina: il Rosenborg Slot , che non abbiamo visitato al suo interno per puro spirito d’economia ma ci siamo limitati a passeggiare piacevolmente nel suo parco esterno affollato di giovani stesi al sole. L’ultima meta della giornata, un obbligo visitando Copenhagen, è stata il Parco Tivoli, non all’altezza del prezzo del biglietto (circa 10 euri oltre al costo delle eventuali attrazioni), ma comunque uno dei parchi più antichi d’Europa, aperto addirittura dal lontano 1843.

All’uscita ci siamo fatti apporre il timbro sulla mano prevedendo di rientrare nel parco alla sera per visitarlo con le luci e gli spettacoli notturni. Ma la fatica della giornata e la stanchezza da fuso orario hanno avuto il sopravvento e già alle sette dormivamo. Alle nove e mezzo ci siamo svegliati chiedendoci se rientrare al Parco Tivoli… e la risposta è stata il riaddormentarci tirando fino al mattino, svegliati solo un paio d’ore dopo dal rientro di un gruppo di ragazzi che avrebbero dormito in camera con noi…

Back Home
Ventesimo giorno

L’immancabile nota dolente di ogni viaggio è il ritorno che giunge sempre troppo presto. Ed anche in questo caso non è stato da meno.

La partenza del volo era prevista alle 16:15 ed abbiamo perciò avuto la mattinata libera da trascorrere in quest’incantevole città, visitata in meno di due giorni ma risultata bellissima probabilmente anche per merito del contrasto fra cultura orientale e cultura tipicamente europea che abbiamo potuto apprezzare nell’arco di pochi giorni.

Dopo un’altra abbondante colazione consumata in ostello abbiamo raggiunto la stazione dei treni per depositare i bagagli e siamo poi ritornati sui nostri passi fermandoci al museo Ny Carlsberg Glyptotek la cui apertura era prevista per le dieci. L’ingresso è gratuito il mercoledì e la domenica.

Anche se l’esposizione non è molto vasta la visita è stata proficua ed abbiamo potuti ammirare varie opere dell’antichità classica, greche e latine, una bella collezione di reperti egizi e varie tele di artisti famosi, da Monet a Gauguin passando per Van Gogh. All’uscita dal museo abbiamo nuovamente imboccato lo Strøget fermandoci in un delizioso caffè per uno spuntino di metà mattinata a base di torta di carote e cannella e cappuccino, il tutto molto abbondante ma non proprio economico visto che abbiamo speso circa 18 euri… A malincuore ci siamo poi rimessi in marcia alla volta della stazione ferroviaria e una volta lì abbiamo ritirato i bagagli e siamo saliti sul primo treno per l’aeroporto Kastrup.

Devo ammettere che quest’ultimo è uno dei migliori aeroporti da me visitati, è moderno, efficiente e ben rifinito. Abbiamo avuto solo qualche difficoltà con il check-in automatico, visto che sul nostro e-ticket emesso dal CTS non c’era il codice di prenotazione, ma una gentile ragazza al banco ha provveduto col metodo tradizionale. Dopo un volo di due ore siamo sbarcati a Milano Malpensa e siamo saliti sul Malpensa Shuttle per la stazione di Milano Centrale dove ci attendeva il primo treno per casa…

Non sempre occorre un finale ad effetto ma a Tokyo, camminando davanti alla Budokan Hall, il mio pensiero è volato al “menestrello”, il supremo Bob Dylan, che vi ha tenuto uno dei migliori concerti della storia della musica ed ho deciso quindi di chiudere chiedendo: “How many roads must a man walk down / before you can call him a man?” (Bob Dylan – Blowing In The Wind)

Appendice – Glossario del piccolo samurai

• Le camere  in stile giapponese (le più comuni in tutti gli alloggi, visto che quelle in stile occidentale sono più care) sono pavimentate con il cosiddetto “tatami”, una pavimentazione composta da pannelli rettangolari affiancati fatti con paglia di riso intrecciata e pressata.

Il letto è chiamato “futon”, che significa “materasso arrotolato”, risale a più di 2500 anni fa, ed è un materasso da letto, usato al posto del letto, ed arrotolato a fine notte per liberare lo spazio nella stanza.
•  Il bento è un particolare stile di cucina in cui le vivande vengono servite in un vassoio detto appunto “bento”, ideali per i pic-nic,le pause pranzo ed in qualsiasi altra occasione sia necessario consumare dei veloci pasti fuori casa.
•  Il ryokan è un albergo in stile tradizionale giapponese. È una vera e propria “locanda”: di solito ospita non più di una decina di persone, a ognuno viene dato un futon per la notte, quindi si dorme sul pavimento o, per meglio dire, sui tatami. Generalmente c’è un bagno solo e l’ambiente è molto familiare. Nonostante questo alcuni ryokan sono molto costosi ed è necessario prenotare con molto tempo in anticipo .
•  Il sakè è una bevanda giapponese a bassa gradazione alcolica (circa 20 vol.) ottenuta dalla fermentazione del riso. Si suole berlo caldo in inverno e freddo in estate
• Lo Shinkansen  è la rete ferroviaria giapponese di treni ad alta velocità sulla quale viaggiano i cosiddetti “treni proiettile”. Quindi la parola Shinkansen designa la linea e non il singolo convoglio e letteralmente significa “nuovo tronco ferroviario”. I treni che la percorrono sono detti “Super Espressi” e sfiorano la velocità di 300 km/h. Per raggiungere velocità di transito così elevate è stato necessario progettare ex novo le linee e costruire anche linee di alimentazione dedicate a voltaggio elevato. Anche le stazioni hanno una sezione separata per i convogli ad alta velocità.
•  Il Fuji-san è il più alto monte del paese (3776 m) ed è un cono vulcanico perfettamente simmetrico che ha eruttato l’ultima volta nel 1707, coprendo di ceneri vulcaniche le vie di Tokyo, distante 100 km.

Nelle giornate molto limpide è possibile vedere il Monte Fuji dalla capitale, ma per gran parte dell’anno è necessario spingersi fino a soli 100 m di distanza dalla montagna per riuscire a vederla, perché è quasi sempre nascosta dalle nubi. In genere le vedute migliori si ammirano in inverno e all’inizio della primavera, quando la cima incappucciata di neve rende ancora più bello il panorama.
•  NdZ sta per nota dello zingaro, ovvero colui che ha curato l’impaginazione di questo resoconto, sorseggiando diversi bicchieri di Braulio. Anche per questo lo zingaro si obnubila via via che il racconto procede 🙂
•  Gli Onsen sono sorgenti termali di origine vulcanica . Sin dall’antichità i bagni sono un rituale religioso, una cura per la salute o un modo di rilassarsi in coppia con la famiglia o tra amici trascorrendo alcune ore in compagnia immersi nell’acqua calda o quasi bollente magari bevendo birra e sake.Gli onsen possono essere all’interno dei ryokan o di alberghi, pubblici o privati e sono disseminati in tutto il paese. Alcuni hanno vasche all’aperto e sono immersi nella natura in paesaggi ricchi di fascino tra i monti. Si fa la doccia, ci si lava via per bene la schiuma e quindi ci si immerge nudi nelle vasche, divise per uomini e donne. Per frequentare le aree comuni degli onsen vengono forniti gli yukata (kimono di cotone)
•  Con l’O-bon si festeggiano i defunti, che una volta l’anno tornano dall’aldilà per rendere visita ai propri cari. Anche in questo caso i preparativi per accogliere gli spiriti con i dovuti riguardi iniziano alcuni giorni prima della data d’inizio della festa che, cadendo nel periodo estivo, coincide con le vacanze dal lavoro dei giapponesi. La notte precedente all’O-bon è tradizione accendere piccoli falò fuori dalla propria abitazione e appendere lanterne di carta bianche per indicare la via di casa agli spiriti.

Si prepara anche un altare con offerte di cibo, in genere frutta, melanzane, cetrioli e un tipo particolare di pesce chiamato anch’esso bon per rifocillare i defunti dopo il lungo viaggio.

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