Parigi

Parigi è servita: sartoriale, inedita e superlativa

Consigli parigini raw. Per evitare lo scontato, il preconfezionato, il mordi e fuggi.

Parigi come risalendo controcorrente la Senna: con stile, in senso opposto al flusso del turismo banale. Parigi (arte, accoglienza e cucina) senza compromessi.

Sinner (3ème)

Peccatori di tutto il mondo, unitevi! Disegnato da Tristan Auer, questo hotel del Marais (quartiere già enigmatico di suo) parla chiaro: tutto quello che la morale suggerisce qui potete dimenticarlo e nessuno ci farà caso.

Il Sinner è un monastero-boutique dove un confessionale serve da business center e dentro ci trovate Justine del Marchese de Sade (illustrata, ovviamente).

Le porte delle suite appaiono simili a celle monastiche, ma sono colorate d’un tal rosso e circondate da invetriate così sensuali, che tutto concorre – come le tende che tagliano fuori la luce del sole – a farvi perdere il senso del tempo.

Lusso di ultima generazione in ogni dettaglio e materiale che vi circonda, qui il personale gira – discretissimo – con una tunica nera attraversata da una linea rossa.

A voi superarla o meno. Spa tutta nera con idromassaggio blu oceano e DJ set d’avanguardia tutte le sere al cocktail bar. Da qui una scala porta al luxury ristorante etnico firmato Adam Bentalha, basato sul concetto di “tribal food” (cuisine de tribu), con tutto ciò che di magnifico il nome evoca.

L'Entrepôt (14ème)

E’ il Centre Pompidou del pubblico di nicchia, del più esigente e poetico. Vero motore culturale di Montparnasse, dove nel cimitero vicino riposano i grandi nomi della cultura francese: da Charles Baudelaire a Marguerite Duras, da Simone de Beauvoir a Serge Gainsbourg.

Voluto da Frédéric Mitterrand negli anni Settanta, questo centro culturale con sale cinema, sale esposizioni e palco per concerti è unico. I talenti di domani – fotografia, arti visive, spettacolo – partono da qua.

Anche il ristorante si distingue, pensato come una vetrina di chef ospiti provenienti da tutto il mondo, che si alternano ai fuochi. In quest’autunno 2022 lo chef è sudafricano. Il cinema merita una menzione speciale: propone gli ultimi titoli ma anche rassegne del passato (tutto Pasolini, ad esempio) per non morire di piattaforme.

Anne Restaurant (3ème)

Chissà perché tutti ricordiamo Place des Vosges più piccola di quanto non sia. Ma sempre la ritroviamo incantevole proprio come l’ultima volta.

Qui c’è un indirizzo perfetto per i globetrotter chic. Cercate nel portico il Pavillon de la Reine, entrate e trovate il ristorante Anne. Salotto di luci carezzevoli, maître di sala per pochi tavoli, tra i quali, evidentemente, il vostro. Amuse-bouche come preludi, l’armonia di un locale aristocratico dove si siede come nel living di casa (dei sogni?).

Approdo di gusto: piatti di superlativa presentazione e voci silenziate, volumi d’arte e tessuti nei toni di arazzi Gobelins rivisitati. In questa delizia stellata firmata Mathieu Pacaud torna in mente Roland Barthes e il suo progetto di scrivere una storia della letteratura francese “dal punto di vista del Desiderio.”

Da Anne – tra una portata e l’altra, nella sala interna o nel riparato portico-giardino – la si sarebbe potuta leggere e rileggere all’infinito.

Le Petit Prince de Paris (5ème)

Indirizzo pazzesco. Leggenda vuole sia il primo locale della scena gay a Parigi; di certo è il ristorante dove i personaggi di Moulin Rouge di Baz Luhrmann vivono e s’incrociano coi parigini habitué e intello.

Cucina solida, carta dei vini in supporto, questo ristorante è vicinissimo al Pantheon eppure resta isolato nella sua ambientazione da mito.

Anche chi capita per caso qui, una volta scoperto l’indirizzo non lo lascia più. Multietnico nel servizio, con volti da tutto il mondo a confermare che Parigi ne è la capitale e voi siete una parte del mosaico.

Col suo “Paris” aggiunto al nome originario, per via del romanzo di Saint-Exupéry – il locale è il perno di un quartiere – o perlomeno di un dedalo di strade – dove la gentrification ha trovato una barriera alla propria miope arroganza.

Hotel Splendide Royal Relais & Châteaux (8ème)

Sarà forse per l’aura dell’Eliseo, che è proprio dietro l’angolo, ma questo Hotel di gran rango e piccolo taglio conserva un’atmosfera di alta diplomazia (quasi una dépendance di Versailles), nel cuore dell’8ème repubblicano.

Boiserie bianca e decori oro, imbottiture da inverno dell’Ottocento nella luce di certi Ingres. Romanticismo palpabile perché, diceva Audrey Hepburn, a Parigi si fa l’amore, sempre.

Ristorante Tosca Relais & Châteaux (8ème)

Chef Raffaele de Mase, talento della cucina napoletana, non ha paura di sfidare, con la sua alta cucina italiana, la fortezza francese.

Nessun quartiere di Parigi conta più stellati della zona di Rue du Faubourg Saint-Honoré. Infatti almeno 5 stelle Michelin circondano il Tosca nel giro di un isolato, ma il progetto di de Mase si staglia ugualmente e i francesi (e il turismo internazionale high-end) lo adorano.

Esclusivamente italiana anche la carta dei vini, come la brigata, perché se cucina italiana deve essere, che sia, senza compromessi. Portare le ricette di famiglia a questi livelli è facile a dirsi ma quasi impossibile a farsi: al Tosca de Mase e i suoi ci sono riusciti.

I ravioli di patate sono corteggiati dal tartufo, l’agnello diventa una trilogia e il gelato è all’olio d’oliva con rosmarino. C’è profumo di grandi emozioni, capite bene.

Le Trumilou (IVème)

Notre-Dame è a due passi. Qui veniva Jacques Chirac, infatti lo prendono ancora gentilmente in giro nelle vignette satiriche. Ci veniva pure il fumettista Cabu di Charlie Hebdo.

Cosa sia le Trumilou è presto detto: è la Francia quando è Francia. Ci trovate l’andouillette – adorata da Colette – e la tartare è condita senza timidezza.

I piatti di carne, diremmo, sono novecenteschi. Tutto quello che vi annoia del mondo moderno: nomi ricercati, fusion e decorazioni sui piatti qui potete, felicemente, dimenticarveli.

Locale per parigini che lavorano e che ci tornano anche nel giorno di pausa, perché trasmette certezza, solidità e anche un po’ di nostalgia per l’epoca senza smartphone e la cabina telefonica nel locale. Avete capito, un posto così.

Brach (16ème)

Capolavoro firmato Philippe Starck, per nomadi innamorati del mondo e con la voglia di vederlo riassunto in un solo luogo.

Arredi da Asia, Africa e America latina per un hotel dove il lusso coincide con la memoria del gran viaggiatore che si ritrova, d’improvviso, a casa. Siamo nell’elegante XVI arrondissement, e il Brach lo corteggia con tutti i suoi sette piani da vivere h24. Sul roof top c’è l’orto, vista Tour Eiffel, che rifornisce la cucina del ristorante, incardinata sul profumatissimo concetto di Mediterraneo.

Ogni suite ha una vetrata totale, ipnotica, che offre scorci parigini incomparabili, quasi una scenografia teatrale dove la città è perfettamente riassunta nella sua anima. Servizi e coccole a 5 stelle, il mini bar delle suite è forse il migliore al mondo, tra cristalli e cocktail boutique proposti in sequenza numerica.

Le Boudoir (8ème)

Gli chef del Midi a Parigi portano sempre un tocco di luce. Questo locale è la scelta che potremmo definire casual-elegant in un contesto – siamo in un quartiere top – di offerte molto strutturate e formali.

Qui potete anche scongiurare la maledizione del mondo post covid, cioè dover sempre prenotare. Un posto, con un poco di pazienza, lo si trova.

Ha una carta dei vini non scontata, come non è scontato l’ambiente. Di un boudoir non ha nulla, anzi è anche laboratorio per artisti che espongono le loro opere in sala. Qui dipende dai gusti. La tavola invece dipende da quello dello chef, e mette d’accordo tutti.

Le Berthoud (5ème)

Lo trovate nel quartiere latino, regno di studenti e artisti bohémienne, senza fronzoli turistici. Il cestino del pane – la classica baguette – da solo vale la visita.

La boulangerie è quella della vicina place Monge, una garanzia. Questo bistrot vanta un nome storico e una nuova gestione, ma consapevole della reputazione del nome.

È un posto dove un artista, destinato a futura gloria, potrebbe anche farci l’atelier volante mentre sorseggia un rosso della tradizione francese.

Materia prima ottima, con piatti che mantengono un prezzo rispettabilissimo. E’ l’indirizzo giusto per chi non ha voglia di fronzoli ma della Parigi autentica.

La bellezza vintage del locale non è immediata, emerge pian piano. Quando s’inizia a coglierla, tutto diventa ancora più rilassato. Proprio quello che si chiede a un bistrot, di accoglierci.

Helene Bailly Gallery e Galerie Mermoz (8ème)

I grandi musei parigini, strepitosi, è inutile nominarli; ma la città offre gallerie d’arte che valgono altrettanto.

Due indirizzi tra molti: se proprio volete regalarvi un Picasso o un Dubuffet, la Helene Bailly Gallery vi può accontentare. Clamorosa è poi la Mermoz, specializzata in arte pre-colombiana.

Entrate, guardate, ascoltate la descrizione di opere di fascino arcano, e avrete vissuto l’esperienza di un museo privato. Con budget a disposizione, queste gallerie sono il paradiso.

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