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Perché il Bhutan è il Paese della felicità

Pensare alla morte per essere felici, il segreto oscuro dell’ultimo regno buddista

Bhutan, ecco perché é il Paese della Felicità CULTURA Shutterstock
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È difficile immaginare che un piccolo Paese del sud dell’Asia, incastonato nelle montagne dell'Himalaya, considerato tra i più poveri del nostro pianeta, abitato da circa 700mila abitanti e raggiungibile solo con pochi aerei, sia considerato il "Paese più felice" del mondo. Eppure il Bhutan è il paese della felicità.

Perché il Bhutan è il Paese della felicità

È quanto è emerso da una ricerca del 2007 realizzata dagli psicologi Nathan DeWall e Roy Baumesiter dell’Università del Kentucky. Lo studio è stato condotto su due diversi gruppi di studenti dell’università. 

A un gruppo è stato chiesto di immaginare una dolorosa visita dal dentista, all’altro di contemplare la propria morte. Ad entrambi i gruppi è stato poi chiesto di completare le parole chiave, come "jo_". Il secondo gruppo, quello che aveva pensato alla morte, era molto più propenso a costruire parole positive, come “joy”, gioia. 

Questo ha portato i ricercatori a concludere che "la morte è un fatto psicologicamente minaccioso, ma quando le persone la contemplano, apparentemente il sistema automaticamente inizia a cercare pensieri felici". 

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Gli abitanti del Bhutan hanno fatto propria questa filosofia di vita. Sanno che contemplare l’idea della propria fine, anziché attivare paura e pensieri tristi, porta più facilmente a sviluppare un atteggiamento positivo verso la vita. In effetti è quello che spiega Linda Leaming nel suo libro A Field Guide to Happiness: What I Learned in Bhutan About Living, Loving and Waking Up: "Ho capito che pensare alla morte non mi deprime. Mi fa cogliere l'attimo e vedere cose che normalmente non vedrei. (…) Il mio miglior consiglio: pensate all'impensabile, alla cosa che vi spaventa pensare più volte al giorno".

Secondo lo studio quindi il Bhutan è il Paese più felice al mondo perché i suoi abitanti non temono la morte, ma utilizzano l’idea della fine come stimolo per rendere migliore il presente. È una filosofia che deriva dalla cultura buddista che il Bhutan ha saputo preservare fino ad oggi, rimanendo isolato dal mondo e dalla globalizzazione. 

Internet, la televisione e l'abbigliamento occidentale erano banditi dal Paese fino a venti anni fa. Negli ultimi anni, queste e molte altre tecnologie e idee moderne sono entrate a far parte della vita quotidiana dei bhutanesi. Ma il Bhutan permette l’ingresso nel Paese solo a un certo numero di stranieri all’anno e richiede ai viaggiatori il pagamento di duecento dollari al giorno. Un chiaro deterrente per molti visitatori, una barriera di protezione per il Bhutan. Ma in questo modo l’ultimo regno buddista sembra aver trovato un equilibrio tra la globalizzazione dell’era moderna e il rispetto della sua cultura e tradizioni millenarie.

anaQuindi se per i bhutanesi la morte è una parte fondamentale della vita è anche dovuto alla cultura buddista che attribuisce un grande valore alla reincarnazione. Morire è in fondo l’inizio di una nuova vita. Come dicono i buddisti, “non dovresti aver paura di morire più di quanto non temi di buttar via i tuoi vecchi vestiti”. La fine dell’esistenza quindi è qualcosa su cui meditare quotidianamente per vivere meglio, non un pensiero negativo da scacciare come per noi occidentali. 

Secondo la cultura bhutanese, una persona dovrebbe pensare alla morte circa cinque volte al giorno. Bisogna sapere poi che in Bhutan la tradizione prevede 49 giorni di lutto dopo la morte. Questo rituale spiega quanto importanza diano i bhutanesi alla fine dell’esistenza. Le occasioni di morire, inoltre, in Bhutan sono molto alte e sempre dietro l’angolo, ciò spiega anche la loro abitudine a riflettere sul concetto di fine dell’esistenza. Un modo di pensare su cui si basa paradossalmente proprio la loro felicità.  

Felicità Interna Lorda

Il Bhutan inoltre è il Paese con il PIL più in crescita del mondo, perché qui il prodotto interno lordo si basa proprio sulla felicità. In Bhutan, già negli anni ’70, il re Jigme Singye Wangchuck ha introdotto la Felicità Interna Lorda (FIL), cioè un indice di progresso economico e morale che invece di concentrarsi esclusivamente su misure economiche quantitative, calcola il livello di felicità dell’intero Paese, tenendo conto di un insieme di fattori legati alla qualità della vita, come la tutela dell’ecosistema, la salute degli abitanti, l’istruzione, l’intensità dei rapporti sociali. Il re Jigme Singye Wangchuck, infatti, in un’intervista al Financial Times nel 1972, spiegò che “la felicità interna lorda è più importante del prodotto interno lordo” e che la felicità di una nazione non si misura con il solo progresso economico, ma nella crescita di una società umana armonica, in grado di vivere in sintonia con se stessa e con la natura. 

Nel 1998 poi il governo del Bhutan ha istituito un centro di ricerca dedicato, il GNH Centre Bhutan (GNHCB), al fine di definire un indice della FIL, fissare indicatori che il governo possa seguire nelle sue linee di politica interna e condividere i risultati con il mondo esterno. Il Centro GNH ha quindi elaborato quelli che vengono comunemente definiti i “quattro pilastri” della Felicità Interna Lorda: il buon governo, lo sviluppo sostenibile, la conservazione e la promozione del patrimonio culturale e la tutela dell’ambiente. Quando, nel 2008, il Bhutan ha promulgato la nuova costituzione democratica, i valori della FIL sono entrati nell’articolo 9, che assicura l’inclusione e la continuità dei suoi principi: “lo Stato si sforza di promuovere le condizioni che permettono il raggiungimento della Felicità Interna Lorda”, definita come un “approccio di sviluppo multidimensionale, che cerca di raggiungere un equilibrio armonioso tra il benessere materiale e le esigenze spirituali, emotive e culturali della società”.

Questi principi alla base della cultura buddista, in effetti, avevano già ispirato il più antico codice di leggi del Bhutan, risalente al 1629, in cui si legge che “se il governo non può creare la felicità del suo popolo, allora non c’è alcun motivo per il governo di esistere”. 

Autore: Francesca Ferri

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