Sydney

Dall’Austria all’Australia – II parte

Autore: Giu
Periodo: 1 – 29 agosto 2006
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Giorno 4/5 – la partenza

Con gli ormai inseparabili zaini in spalla ci siamo incamminati la mattina seguente per le vie di Vienna, diretti in aeroporto. La separazione da ogni città visitata mi rende nostalgico e pare rubarmi un pezzetto di cuore, e Vienna di certo non ha fatto eccezione, seppure l’addio alla città non fosse altro che l’inizio del viaggio verso il cosiddetto “mondo sottosopra”: il continente australiano. Il volo OS1 dell’Austrian Airlines era previsto in partenza alle ore 10:50 con scalo tecnico a Kuala Lumpur, nella profonda notte malese, e successivo proseguimento per Sydney con arrivo previsto alle ore 16:55 del giorno seguente, mercoledì 2 agosto. Tranne l’interminabile durata di 20 ore circa, il volo è trascorso liscio come l’olio, senza dettagli degni di menzione.
Il primo impatto con la capitale del New South Wales (Nuovo Galles del Sud) è stato piuttosto freddo, con una temperatura di poco superiore allo zero dovuta ad un’ondata di freddo anomalo. Sistemati i bagagli nell’efficientissimo e consigliatissimo ostello Railway Square (affiliato alla YHA), l’unico alloggio prenotato dall’Italia, siamo usciti nella fresca serata australiana. Un outlet di abbigliamento cinese ci ha soccorso ed abbiamo potuto acquistare 2 piumini tarocchi (di cui uno della Gas) a circa 60 euro entrambi!
Abbiamo passeggiato a piedi fino alla romantica baia ed abbiamo cenato in un ristorante tedesco, il Löwenbraü (ebbene sì, con würstel, crauti, purè di patate e birra…). Poi abbiamo scattato alcune foto alla skyline di Sydney ed all’Opera House illuminata, e siamo quindi tornati in camera piuttosto stanchi.
Giorno 6 – Sydney

Dopo la sveglia, la ‘toletta’ e la ‘vestizione’, siamo scesi a fare colazione in un pub vicino all’ostello. Abbiamo ovviamente optato per la tipica ed abbondante colazione con uovo al tegamino, pane tostato ed imburrato, pomodoro e bacon, il tutto annaffiato con una tazzona di caffè nero lungo, che non guasta mai.

La prima meta è stato il famoso Sydney Fish Market (il mercato ittico), nel quale vengono venduti ogni anno 15 milioni di chilogrammi di pesce. Passeggiare fra i banchi ed ammirare i pesci e gli enormi crostacei esistenti in questa parte di mondo è stata veramente un’esperienza unica. Ci siamo poi incamminati verso il Darling Harbour, una vasta zona ricreativa ubicata sulla baia a ovest del centro cittadino, ed abbiamo visitato il Sydney Aquarium, una vera e propria meraviglia. Vi si può ammirare tutta la ricchezza della vita marina australiana, camminando nei tunnel trasparenti subacquei fra squali, razze ed altri pesci enormi.
Usciti dall’acquario ci siamo diretti in centro salendo a Pyrmont Bridge sull’immancabile Monorail (monorotaia) che si muove sospesa sopra le vie pedonali. Scesi a Pitt Street abbiamo sostato da Starbucks per un caldo e rigenerante caffè e poi proseguito a piedi fino ai Rocks, sul lato sinistro della Sydney Cove. Da qui la vista sull’Opera House è magnifica. Proseguendo siamo giunti all’Harbour Bridge, l’amatissimo ed enorme ponte che attraversa la baia unendo il centro di Sydney al quartiere degli affari di North Sydney. L’opera è stata ultimata nel 1932 ed è costato ben 20 milioni di dollari australiani! Dopo le numerose foto da ogni angolazione abbiamo passeggiato nei vicoli acciottolati dei Rocks, nella zona dove sorse il primo insediamento europeo. All’epoca era uno squallido borgo di carcerati, balenieri, prostitute e bande di strada, finché negli anni ’20 del XIX secolo i ricchi iniziarono ad interessarsi alla zona. In seguito divenne una zona di magazzini e commerci marittimi e nel XX secolo un’epidemia di peste bubbonica costrinse le autorità a radere al suolo gli edifici fino ai restauri degli anni ’70 che trasformarono la zona in un’elegante quartiere turistico.
Dopo un lauto pasto a base di pesce fresco in un take-away abbiamo ripercorso i nostri passi fino al Circular Quay, il molo di attracco nonché le zona pedonale più affollata della città costruita intorno a Sydney Cove, dirigendoci questa volta sulla sponda orientale, sulla quale sorge l’Opera House.

La svettante parte esterna che ricorda una conchiglia è formata da ben 1.056.000 tegole svedesi! L’edificio è considerato una delle meraviglie del mondo moderno ma la sua costruzione, avviata nel 1959 ed ultimata nel 1973, è stata costellata da numerosi problemi, fra cui lunghi ritardi e bilanci errati. Essendo il vero simbolo della città merita sicuramente una visita.
Passeggiando in relax nei Royal Botanic Gardens, l’orto botanico realizzato nel 1816, fra le numerose colonie di rossette dalla testa grigia, i grossi pipistrelli che si dondolano sui rami più alti degli alberi, abbiamo raggiunto nel tardo pomeriggio l’Art Gallery of NSW trovandola però in fase di chiusura. Tornando verso l’ostello abbiamo attraversato Hyde Park ammirando le guglie di rame della St. Mary’s Cathedral.
Giunti in camera siamo letteralmente crollati sotto il perso della stanchezza dopo una lunga giornata di cammino.

Giorno 7 – Sydney

Il maltempo e la pioggia imperversavano su Sydney la mattina del 4 agosto. Dopo la colazione da Starbucks abbiamo visitato l’Australian Museum, il museo di storia naturale che ospita una meravigliosa collezione di fauna australiana, compresi i numerosi ragni velenosi, i serpenti mortali ed altre specie alquanto bizzarre. E’ stata poi la volta dell”Art Gallery of NSW. Essa accoglie invece un’eccellente mostra permanente di arte australiana del XIX e XX secolo. Le visite ai due musei ci hanno impegnato per gran parte della giornata ed il maltempo continuava a persistere, così ci siamo ‘rifugiati’ per uno spuntino del tardo pomeriggio da KFC (Kentucky Fried Chiken) per ordinare due porzioni del famoso pollo fritto, che non mi sento di consigliare però a nessuno.
Giorno 8 – Hunter Valley

È quindi giunto il momento di lasciare Sydney per inoltrarci nello sterminato continente australiano! Di prima mattina ci siamo incamminati zaini in spalla verso l’ufficio della compagnia di autonoleggio Thrifty più vicina, posta lungo William Street, nella quale avevo deciso di ritirare l’auto in fase di prenotazione sul sito internet.

Sbrigate le procedure contrattuali, compresa la sottoscrizione dell’assicurazione aggiuntiva comprendente la riduzione della franchigia in caso di sinistro, visti gli incidenti ricorrenti a causa soprattutto degli animali selvatici, abbiamo ritirato l’auto, una Mitsubishi Lancer e traversando l’Harbour Bridge ci siamo diretti a nord verso la Hunter Valley. E c’è un solo motivo per visitare questa valle: il vino!
Qui si trovano infatti numerosi vigneti e centri vinicoli che la rendono una delle più rinomate zone adatte al turismo enologico. Noi vi siamo giunti nella tarda mattinata e ci siamo gettati a capofitto in un tour delle cantine sparse sulle strette e pittoresche stradine, fra le mandrie di bovini e gli alberi di mimosa in fiore. Abbiamo iniziato dalla Lower Hunter Valley ed abbiamo proseguito nel pomeriggio lungo la Upper Hunter Valley. Abbiamo avvistato finalmente anche i primi due canguri in lontananza! Il ‘bottino’ finale della scampagnata è stato: una boccia di Liqueur Chardonnay del 2004 di Millbrook Estate, una boccia di U & I Shiraz del 2000 di Tinklers ed una boccia di Shiraz del 2004 di Glandore Estate Wines oltre alle numerose foto degli stupendi paesaggi.
Verso sera ci siamo rimessi in marcia verso nord incontrando altri canguri al tramonto, questa volta ben più ravvicinati visto che saltellavano sul bordo della strada, decidendo perciò di fermarci al primo motel per evitare spiacevoli ‘incidenti di percorso’. Abbiamo quindi raggiunto Branxton, un paesino sulla New England Highway, fermandoci nell’unico motel: il Branxton House Motel. Tutti i motel aussie sembrano praticamente uguali in tutto e per tutto, e tutti i gestori consigliano di cenare nell’immancabile Club del Golf o del Bowling presente in ogni paesucolo, anche nel più sperduto.


Giorno 9 – verso le Central Eastern Rainforest Reserves

Nuovamente in marcia siamo ripartiti per raggiungere la zona dei parchi nazionali situati nella parte nord-orientale del New South Wales a cavallo del confine con il Queensland, una regione selvaggia ricca di foreste pluviali elette a Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Sono ben 41 i parchi e le riserve protette. L’unica sosta lungo il tragitto ce la siamo concessa per visitare il Koala Hospital di Port Macquarie, che si occupa dei koala malati o feriti trovati nella zona. Una visita che consiglio vivamente a tutti così come raccomando una piccola offerta a beneficio di questi dolcissimi e graziosissimi animaletti.
A metà pomeriggio siamo giunti a Bellingen, una piccola ma deliziosa località posta all’inizio della Waterfall Way, la strada che corre fra le foreste e conduce ad Armidale passando per Dorrigo fra le montagne della Great Dividing Range, la lunga catena montuosa che corre parallela alla costa australiana orientale da nord a sud, dal nord del Queensland al Victoria. Vista l’ora abbiamo deciso di alloggiare qui e riprendere il percorso verso i parchi la mattina seguente. L’alloggio più economico si è rivelato l’ostello Bellingen, anch’esso aderente alla YHA. Economico ma privo di riscaldamento e con temperatura notturna un tantino “fresca”. Per fortuna ci siamo restati una notte sola! L’unica nota positiva della serata è stata la squisita cena in un ristorante vicino all’ostello e la sua ottima birra

Giorno 10 – Dorrigo National Park e Waterfall Way

Svegli alla mattina tutt’altro che riposati e con il cielo grigio e minaccioso, abbiamo imboccato la Waterfall Way in direzione ovest giungendo dopo pochi chilometri al Dorrigo National Park. Posteggiata l’auto nel parcheggio antistante l’ingresso ci siamo informati dal ranger sui sentieri del parco e cartina alla mano ci siamo addentrati nella lussureggiante vegetazione pluviale ricca di varietà arboree. La passeggiata chiamata Wonga Walk, lunga 5,8 chilometri, è durata un paio d’ore circa ed abbiamo potuto ammirare un paio di belle cascate (le Crystal Shower Falls e le Tristania Falls) ed un percorso ornitologico (il “Walk With The Birds”) dislocato su una passerella sospesa fra le cime degli alberi.

Tornati sulla strada abbiamo superato la graziosa cittadina di Dorrigo e continuato verso ovest fra i pendii collinari della Great Dividing Range. Lungo il tragitto abbiamo effettuato diverse soste per visitare qualcuna delle belle cascate presenti sulla Waterfall Way, fra le quali le Ebor Falls e le Wollomombi Falls, queste ultime catalogate tra le più alte cascate d’Australia.
Nel pomeriggio abbiamo poi raggiunto Armidale e ci siamo immessi sulla New England Highway marciando per qualche ora verso nord fino al tramonto, pernottando poi in un motel di Tenterfield. Degna di menzione la cena al solito Golf o Bowling Club, sinceramente non ricordo che tipo di locale fosse… Ho ordinato a caso un piatto dal menu e mi è stato servito un bel filetto di carne spesso diversi centimetri e servito su un piastra di roccia rovente. Per gustarlo ho dovuto tagliarne un boccone per volta e poi premerlo sulla piastra per cuocerlo, l’esito è stato una vera prelibatezza.
Giorno 11 – verso Fraser Island

Imboccata da Tenterfield la Bruxner Highway verso est abbiamo superato le cittadine di Casino e Lismore prima di giungere nuovamente in vista dell’oceano. Una sosta quasi obbligata è stata la visita di Byron Bay, una famosa località marittima con spiagge superbe incredibilmente affollata di turisti durante la bella stagione. Per fortuna essendo noi capitati nel tardo inverno australe non abbiamo incontrato la ressa ma solo sparuti gruppi di visitatori e incalliti surfisti. In spiaggia ci siamo limitati a fare due passi e a scattare qualche foto.
Siamo saliti poi fino a Cape Byron, battezzato con questo nome dal capitano Cook in persona in onore del nonno del poeta Byron, eccellente navigatore. Questo capo segna il punto più orientale del continente ed è battuto continuamente da forti onde che si infrangono sulle scogliere sottostanti e da un vento inesorabile (e gelido durante l’inverno!).

L’immancabile faro è una vera e propria ciliegina sulla torta che rende il paesaggio veramente meraviglioso, forse più gallese che australiano.
Da Byron Bay percorrendo la Pacific Highway verso nord si giunge velocemente nel Sunshine State: il favoloso Queensland! La prima parte di costa di questo stato non è altro che la celeberrima Gold Coast, una regione che difficilmente si riesce ad evitare. Questi 35 chilometri di spiagge hanno subito un notevole impatto turistico di massa e vi si possono trovare grattacieli, centri commerciali, un aeroporto e tante altre attrattive di dubbio gusto tipiche di ogni meta popolare. La località principale è Surfers Paradise, fondata nel 1965 dall’imprenditore locale Bernie Elsey ispirato dall’idea di vestire le vigilesse in stretti bikini. Da allora, e grazie anche a mirate strategie di marketing verso i paesi dell’aerea asiatica, si è avuto un vero boom di presenze.
Nonostante non fosse piena stagione balneare e nonostante non avessimo in programma nessuna sosta che durasse più di cinque minuti, il traffico di Surfers Paradise ci ha comunque rallentati fino a metà pomeriggio. Rientrati finalmente nel flusso della ormai ex Pacific Highway, nel Queensland è infatti chiamata Bruce Highway, siamo pervenuti in vista della skyline di Brisbane, la terza città più grande d’Australia, ed anche qui il traffico non si è rivelato dei più scorrevoli.
Avendo deciso di non visitare nessun’altra città australiana eccetto Sydney (la natura in questa parte del mondo è di gran lunga migliore delle opere dell’uomo!) abbiamo proseguito la marcia senza fermate e siamo riusciti fortunatamente a lasciare la città senza errori di percorso, immettendoci così nella seconda parte di costa del Queensland: la Sunshine Coast, un po’ meno frenetica della Gold Coast ma comunque una meta vacanziera ricca di scadenti parchi a tema primo fra tutti l’Australia Zoo del documentarista Steve Irwin (morto nel mese di settembre a causa della puntura letale di una razza lungo la Barriera Corallina).

Abbiamo guidato con gli occhi ben aperti sin dopo il tramonto raggiungendo Tin Can Bay, un paese situato vicino alla località di Rainbow Beach, uno dei punti d’imbarco per raggiungere Fraser Island.


Giorno 12 – Fraser Island

La mattina seguente di buon’ora siamo giunti a Rainbow Beach intenzionati a raggiungere Fraser Island, la più grande isola al mondo composta interamente da sabbia, lunga circa 120 chilometri e larga 15, il cui volume di sabbia si dice sia addirittura maggiore di quello del deserto del Sahara. La sua biodiversità è sorprendente e sulla sua superficie ospita foreste tropicali e ben 200 laghi d’acqua dolce. L’isola non ha strade asfaltate e può essere percorsa solamente da fuoristrada aventi un apposito permesso. È quindi quasi d’obbligo rivolgersi a tours organizzati.
Al momento del nostro arrivo a Rainbow Beach il tour era in partenza, fortunatamente siamo però riusciti a prenotare all’ultimo minuto un pacchetto di due giorni al costo di 269 dollari a persona. Parcheggiata l’auto abbiamo usufruito della colazione prevista nel prezzo e ci siamo messi in marcia su una sorta di camion adattato ottimamente a bus. Il nostro gruppo comprendeva, oltre a noi due, due ragazze inglesi, due ragazze giapponesi, due ragazze coreane e tre ragazze olandesi, in pratica ero l’unico maschio.
Scesi dal battello che ci ha traghettati sull’isola il paesaggio disteso ai nostri occhi consisteva in una spiaggia immensa e in una quasi perenne foschia prodotta dalla sabbia e dal vento. La prima tappa è stata una passeggiata di gruppo fra le altissime dune sabbiose, qui chiamate sandblows (soffi di sabbia). Tornati sull’automezzo fuoristrada abbiamo percorso le sabbiose stradine interne fra salti degni delle migliori montagne russe, giungendo finalmente ad un paradiso naturale chiamato Lake McKenzie. Questo lago ‘sopraelevato’ si è formato in seguito all’accumulo d’acqua sopra un sottile strato impermeabile costituito da foglie ed altro materiale organico.

La sua acqua cristallina color turchese e la sua spiaggia di sabbia bianca sono ricordi veramente indimenticabili, da sola questa meta è valsa l’escursione in quest’isola annoverata dal 1973 fra i Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.
Successivamente abbiamo esplorato un’altra meraviglia nascosta all’interno dell’isola. Il Wanggoolba Creek altro non è se non un torrente che scorre fra la rigogliosa vegetazione ma le cui acque sono talmente limpide da poter essere bevute tranquillamente da chiunque, me incluso ovviamente… Il pernottamento era previsto all’Eurong Beach Resort e la cena a buffet era ovviamente inclusa data l’assoluta assenza di ristoranti

Giorno 13 – Fraser Island

Dopo l’abbondante colazione, anch’essa a buffet, siamo saliti sul bus diretti al Lake Wabby, un lago poco profondo circondato su tre lati da foreste di eucalipti e sul quarto lato delimitato da un’imponente collina di sabbia che avanza verso l’acqua al ritmo di ben 3 metri ogni anno! Dopo esserci rilassati una buona mezz’ora siamo tornati sui nostri passi e siamo risaliti a bordo, dopo aver perso qualche minuto a causa di un’incomprensione sul punto esatto di ritrovo.
Abbiamo quindi proseguito lungo la spiaggia in direzione nord sostando per qualche foto davanti al relitto arrugginito del Maheno, una nave passeggeri che fu trascinata a riva da un tifone nel 1935, mentre veniva rimorchiata verso un cantiere di demolizione giapponese.
Verso l’ora di pranzo abbiamo parcheggiato il mezzo e siamo saliti a piedi in cima alla formazione rocciosa di Indian Head, il punto panoramico più bello di tutta l’isola. Dopodiché siamo ridiscesi ed abbiamo pranzato al sacco con panini e succhi di frutta. Una curiosità è stata l’avvistamento in lontananza di un dingo, una sorta di cane selvatico che vive in molte zone d’Australia.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il cristallino torrente Eli Creek prima di procedere alla navigazione di rientro sulla terraferma. Sul traghetto la malinconia era tanta augurando, come sempre a luoghi del genere, di conservarsi quanto più incontaminati possibile e lontani dall’azione distruttrice dell’uomo.

Dimenticavo: l’isola prende il nome da James ed Eliza Fraser, i quali fecero naufragio a nord-ovest dell’isola nel 1836; lui morì mentre lei fu salvata dagli aborigeni locali. E proprio gli aborigeni solevano chiamare l’isola K’gari (Paradiso).
Abbiamo percorso poi in auto solo qualche decina di chilometri prima di fermarci per la notte nel Digger’s Rest Motel di Maryborough, all’innesto con la Bruce Highway

Giorno 14 – verso Airlie Beach

Da Maryborough ad Airlie Beach la strada corre per 765 chilometri lungo la Capricorn Coast e per percorrerli tutti dal mattino al tramonto ci siamo permessi solo qualche breve sosta per fare rifornimento e mangiare. Degne di rilievo solamente le numerose statue di bovini dislocate in diverse zone della città di Rockhampton, la capitale australiana del manzo.
Da Mackay inizia invece la Withsunday Coast, una delle più belle regioni costiere del Queensland, famosa per le sue acque azzurre e trasparenti che lambiscono quella meraviglia chiamata Great Coral Reef (Grande Barriera Corallina). L’unico inconveniente è la presenza da ottobre a maggio delle letali box-jellyfish (cubomeduse) per cui è consigliato indossare le apposite mute di protezione. Purtroppo lungo un rettilineo in discesa abbiamo incrociato una volante della polizia stradale munita di laser, che prontamente ha fatto inversione e ci ha fermati accollandoci un Infringement Notice (una multa) di 250 dollari.
Giunti a destinazione abbiamo trovato l’ostello affiliato alla YHA completamente esaurito ed abbiamo perciò pernottato in una sorta di villaggio camping sufficientemente economico in centro città, proprio di fronte al Centro Visitatori. Depositati i bagagli siamo entrati in uno degli affollati pubs cenando con pesce…ovviamente fritto! ed una buona birra XXXX Gold.
Solo due parole sulla località. Airlie Beach è la capitale turistica della Withsunday Coast, una vivace località di villeggiatura ricca di giovani nonché punto di partenza per raggiungere in battello le Withsunday Islands. Come in ogni città vacanziera non mancano i ristoranti e le strutture ricettive e i locali notturni pullulano di vita dal tramonto fino all’alba.

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