Australia

Dall’Austria all’Australia – III parte

Autore: Giu
Periodo: 1 – 29 agosto 2006


Giorno 15 – Whitsunday Islands

Ho dimenticato di accennare, nella cronaca del giorno precedente, alla pianificazione delle escursioni nei giorni di permanenza ad Airlie Beach: per il primo giorno abbiamo prenotato una crociera alle Whitsunday Islands e per il giorno seguente un’escursione di un giornata alla Grande Barriera Corallina.
La crociera del primo giorno è stata purtroppo segnata dal maltempo. Si è svolta dalla mattina al tardo pomeriggio e gli approdi in programma erano tre: Hook Island, Whitsunday Island e Daydream Island.

Sulla prima delle tre isole (la seconda per estensione dell’intero arcipelago) siamo incappati in una breve ma violenta pioggia di tipo tropicale; per fortuna una delle attrattive era l’imbarco su un piccolo battello con la pareti laterali in vetro da cui abbiamo potuto ammirare la bellezza del mondo sommerso e restare allo stesso tempo al riparo dalla pioggia.

Whitsunday Island è invece la prima per ordine di grandezza con i suoi 109 chilometri quadrati. La nostra destinazione su quest’isola è stata la paradisiaca Whiteheaven Beach, la spiaggia indiscutibilmente più bella dell’arcipelago (alcuni affermano sia la più bella dell’intera Australia) con i suoi 6 chilometri di sabbia bianchissima e acqua turchese. Ci è stato vietato addirittura di scendere sulla battigia con le ciabatte o altre calzature, probabilmente per evitare contaminazioni al delicato ecosistema.

Daydream Island si è rivelata una minuscola isoletta di 1 chilometro per 500 metri con un solo resort che abbiamo sfruttato per rilassarci un po’ prima del rientro.

Ad Airlie Beach abbiamo traslocato i bagagli nell’ostello della YHA, la cui camera doppia con bagno comune avevamo prenotata dalla sera prima per evitare di non trovare posto.
Dopo la doccia siamo usciti a passeggio per cercare un posto in cui cenare. Passeggiando fra i locali abbiamo notato una rivendita di pesce e crostacei freschissimi in cui si poteva scegliere direttamente dall’esposizione al banco e dopo aver pagato i piatti venivano serviti al tavolo.

A fianco c’era poi una bottega di vini con una scelta decisamente buona in cui abbiamo comprato una bottiglia di bianco frizzante fresco. Un banchetto davvero coi fiocchi!

Giorno 16 – Great Barrier Reef

Per fortuna il giorno seguente il maltempo era scemato perché in programma c’era l’escursione alla Grande Barriera Corallina. Più grande della Grande Muraglia Cinese e unico organismo vivente visibile dallo spazio, la Grande Barriera Corallina è una delle sette meraviglie del mondo naturale.

La conglomerazione di corallo colorato che si estende lungo la costa del Queensland è considerata la più grande barriera corallina del pianeta, anche se in realtà è formata da un insieme di 2.600 unità separate che sorgono parallelamente alla costa. Questa meraviglia inserita nella lista dei siti protetti dall’UNESCO ha una lunghezza di 2.000 ed un’ampiezza di 80 chilometri ed è stata creata da un minuscolo organismo, il polipo corallino, i cui scheletri si sono sedimentati generazione dopo generazione accrescendo la massa del corallo.

L’oceano al largo era sufficientemente mosso da creare qualche problema ai deboli di stomaco ma l’assistenza del personale si è rivelata ottima e più volte sono stati distribuiti dei cubetti di ghiaccio da succhiare.

Gli approdi dei battelli per questo tipo di escursioni consistono in piattaforme ancorate in prossimità della Barriera da cui si possono intraprendere diverse attività. La nostra aveva disponibili la zona per lo snorkelling, la zona per le immersioni dei sub, le vetrate sottomarine per ammirare l’incredibile varietà di fauna, il tetto con le brandine per il relax al sole, la piattaforma di atterraggio per le escursioni in elicottero, il sottomarino anch’esso con le vetrate che conduceva lungo la barriera, ed altro ancora.

Appena sbarcati tutti si sono lanciati nelle varie attività. Noi dal canto nostro siamo saliti subito sul sottomarino per la gita al largo onde evitare le eventuali code delle ore seguenti.

Al ritorno ci siamo fiondati nuovamente sul battello per approfittare del buffet libero appena servito, anche qui evitando la ressa della gente affamata al ritorno dalle varie attività.
Poi ci siamo abbandonati sulle sedie a sdraio completamente in balia del forte vento oceanico.

Ritornati ad Airlie Beach siamo saliti in auto ed abbiamo percorso solo qualche chilometro fino a Proserpine, sulla Bruce, appostandoci per la notte all’A & A Motel in Main Street.

Giorno 17 – verso Mission Beach

Proseguendo nuovamente verso nord siamo giunti nella città di Bowen dove abbiamo scattato una foto sotto al grande mango arancione accanto al centro visitatori ed abbiamo passeggiato un po’ nella splendida spiaggia di Rose Bay, prima di far rifornimento di carburante e di viveri e rimetterci quindi in marcia.

Un luogo assolutamente da visitare che consiglio veramente a tutti è il Billabong Sanctuary, situato 17 chilometri a sud di Townsville, una riserva naturale che si estende su una superficie di 10 ettari sulla quale si muovono in libertà diversi animali; vi si possono infatti trovare canguri, vombati, koala, coccodrilli, dingo e tanti altri. Esperienze indimenticabili sono il dare del cibo ai canguri che mangiano direttamente dalla mano e il coccolare i morbidissimi koala.

Per tutto il pomeriggio abbiamo marciato sempre verso nord lungo la Bruce Highway, con un unica sosta nel Paluma Range National Park per una passeggiata fino alle Jourama Falls.
Nella cittadina di Tully abbiamo svoltato a destra verso Mission Beach e siamo giunti a destinazione quando il buio era già pesto, dopo un tragitto giornaliero di 489 chilometri, e guidare non è stato semplicissimo visto che il tratto di strada finale scorreva in mezzo alla “zona di conservazione” del Cassowary, un’area naturale nella quale è probabilissimo un incontro ravvicinato con questo grande uccello blu inabile al volo, purtroppo in via di estinzione.

Uno scontro con questa magnifica bestia può
danneggiare seriamente l’automobile, oltre che il povero animale.

Comunque a noi è andata bene ed abbiamo potuto cominciare la ricerca di una sistemazione per la notte. Dopo un paio di ‘no vacancy’ abbiamo rimediato una camera con bagno in comune economicissima al Mission Beach Retreat, dopo una lunga telefonata col gestore che mi ha spiegato, a dire il vero non senza qualche difficoltà, dov’era nascosta la chiave della stanza.

Mission Beach è una località di mare decisamente votata al puro relax, con la sua atmosfera paesana intima e raccolta e la sua grande spiaggia sabbiosa percorsa da palme. A pochi chilometri dalla costa si trova inoltre Dunk Island, raggiungibile in kayak, ma vista la condizione di mare mosso durante l’intero nostro soggiorno abbiamo dovuto rinunciare alla sua visita. L’origine del nome risale ad una missione fondata qui nel 1914 per convertire gli aborigeni e distrutta da un ciclone nel 1918.
Una delle cene migliori del nostro viaggio l’abbiamo gustata proprio nel ristorante di fronte al nostro alloggio, di cui sfortunatamente non ho conservato il nome.

Giorno 18 – relax!

Il nostro diciottesimo giorno di viaggio l’abbiamo dedicato completamente al riposo e al dolce non far nulla. L’unica eccezione sono state le due lavatrici di indumenti che ci siamo imposti di lavare per rinvigorire nuovamente le scorte di calzini e slip.

La mattinata l’abbiamo trascorsa infatti in spiaggia, raggiungibile a piedi in pochi minuti dal nostro ostello, fino all’ora di pranzo. Ci siamo quindi trasferiti in camera per il pranzo a base di pane spalmato con burro di arachidi e torta al caramello ed il pomeriggio ce ne siamo stati spaparanzati nella piccola piscina del Mission Beach Retreat.
Un enorme hamburger farcito con tutto ciò che il cuoco aveva a portata di mano (formaggio, uova, carne, lattuga, rapa rossa, pomodoro e persino ananas!) mangiato verso sera mi è bastato anche per la cena.


Giorno 19 – rafting

Solo una parola: rafting!

L’attività più emozionante offerta infatti dalla cittadina di Tully è trascorrere cinque spumeggianti ore facendo rafting fra le rapide del suo fiume, e noi proprio questo abbiamo fatto. Per il resto è conosciuta solamente per essere la località più umida d’Australia con una piovosità che raggiunge una media annua di oltre 4.000 mm.

Il minibus della piccola compagnia di esagitati alla guida del ‘rafting team’ si è fermato esattamente davanti al nostro alloggio e ci ha portati al luogo di ritrovo. Completata la vestizione con giacca aderente contro l’acqua gelida, giubbotti salvagente, caschi e remi siamo saliti sul gommone e ci siamo lanciati lungo il torrente in mezzo ad una lussureggiante foresta tropicale. Per la pausa pranzo a base di panini con carne o salsiccia e tè caldo è stato allestito un campo base lungo il corso d’acqua.

A fine giornata eravamo più cotti delle salsicce mangiate a pranzo e dopo la doccia calda siamo usciti per cenare con i compagni di gommone, due ragazzi inglesi di Birmingham, una ragazza anch’essa inglese ed una scozzese. Nel pomeriggio avevamo acquistato un solo CD con tutte le nostre foto digitali del rafting dalla fotografa della compagnia, visto che uno dei due ragazzi aveva il portatile col masterizzatore abbiamo diviso la somma e ci siamo scambiati i supporti digitali, riuscendo così ad economizzare al meglio.


Giorno 20 – verso Port Douglas

Nella regione interna fra Innisfail e Cairns si estende il lussureggiante Atherton Tableland con i suoi magnifici paesaggi, i laghi e le cascate, i parchi nazionali e le foreste statali, i piccoli villaggi e gli indaffarati centri rurali. L’altopiano raggiunge in alcuni punti un’altitudine di 1000 metri sul livello del mare.
I legittimi proprietari di questa regione, la tribù dei ngadjonji, reagirono all’invasione dei coloni bianchi con una violenta opera di resistenza, ma furono loro a soccombere sotto le armi degli occidentali.

Per raggiungere questa zona abbiamo seguito la solita Bruce Highway in direzione nord fino ad Innisfail e qui abbiamo imboccato la Palmerton Highway verso l’interno.

Col tempo grigio e nuvoloso i paesaggi verdi con i greggi di pecore parevano più irlandesi che tropicali. Lungo il percorso abbiamo visitato diverse cascate poste lungo la strada principale o nelle sue immediate vicinanze, comunque raggiungibili a piedi.

Subito dopo le Mungalli Falls abbiamo gustato un ottimo spuntino di metà mattinata alla Mungally Creek Dairy, una fattoria di agricoltura biodinamica con la possibilità di assaggiare i formaggi ed altre prelibatezze che vi si producono. Incredibilmente buone le torte di formaggio.

Prima di arrivare a Millaa Millaa abbiamo percorso il ‘Waterfall Circuit‘, un circuito ad anello di 16 chilometri che congiunge le cascate Ellinjaa Falls, le Zillie Falls e per ultime le Millaa Millaa Falls, le più grandi e le più fiabesche col loro specchio d’acqua perfetto contornato di verdissime felci.

Dopo Millaa Millaa ci siamo immessi nella Kennedy Highway in direzione Atherton ed abbiamo raggiunto il Mt Hypipamee National Park, il cui prodigioso cratere di formazione vulcanica profondo 138 metri, ospita sul fondo un laghetto dall’aspetto alquanto cupo e che merita senza altro una visita. Il sentiero di 800 metri per raggiungerlo costeggia anche le graziose cascate Dinner Falls.

Un’altra attrazione da non perdere per nulla al mondo è il Curtain Fig, un immenso albero secolare le cui radici aeree lunghe e sottili formano una lieve cortina simile ad una enorme tenda. È inspiegabile come un semplice albero possa suscitare un’emozione così intensa, una sorta di ancestrale riverenza. Un’altra sorpresa è stata la presenza di un esemplare giovane di serpente di non so quale specie sui rami lungo il sentiero. Un altro serpente ben più grande si trovava invece sotto alla passerella.

Dopo una sosta nella pittoresca Yungaburra abbiamo raggiunto il Lake Eacham, un lago vulcanico dalla acque limpide situato in un luogo isolato nel bel mezzo dei boschi.

Abbiamo poi percorso una pista sterrata in piena foresta per visitare il Gadgarra Red Cedar, un esemplare di cedro rosso che ha più di 500 anni… o meglio aveva più di 500 anni, visto che giunti sul posto siamo stati informati da un cartello che il tifone Larry lo ha abbattuto nel marzo 2006!

Visto che il sole tendeva velocemente a calare siamo ripartiti per macinare altri chilometri verso nord sulla Kennedy. Le piantagioni di canna da zucchero e i campi di banane monopolizzavano ormai completamente il paesaggio.
Proprio lungo una strada sterrata in mezzo a una vasta distesa di banani ci siamo imbattuti in una maxi distilleria di liquori, quasi un miraggio, il cui nome è Mt. Uncle Distillery. Abbiamo così fermato l’auto e provveduto ad un giro di degustazione di ottimi liquori naturali, prodotti con i frutti del luogo. Viste le severissime leggi australiane contro la guida in stato di ebbrezza non ho potuto eccedere la misura e mi sono dovuto accontentare di qualche piccolo assaggio. Una boccia di pluripremiato Elixir de Musa, un prelibato liquore alla banana, fa bella mostra di sé nell’angoliera del nostro soggiorno!

Siamo riusciti ad arrivare fra i lussuosi resorts di Port Douglas quando il buio era già sceso e purtroppo gli ostelli erano già stracolmi. Abbiamo pernottato in un motel che aveva libera solo la stanza ‘studio’, più grande delle altre e leggermente più costosa, ma data la mondanità del luogo di certo qualche dollaro in più di spesa l’avevamo già previsto.

Scaricati i bagagli dall’auto ci siamo preparati e siamo usciti a piedi per cenare, fermandoci alla fine in centro nel ristorante Cactus Bar & Seafood Restaurant, in Macrossan St, la via principale. La cena, a base ovviamente di pesce, non è stata del tutto pessima, ma in giro per l’Australia abbiamo più volte mangiato meglio spendendo molto meno.

Giorno 21 – verso Cape Tribulation

Port Douglas è una bella località di villeggiatura adatta per lo più al turismo cosiddetto ‘d’elite’ ed ai suoi modernissimi yacth, ed esibisce una vasta offerta di alloggi esclusivi, eleganti ristoranti ed escursioni organizzate.

Four Mile Beach, la lunga spiaggia principale a cui le palme fanno da sfondo, si estende languida lungo il Mar dei Coralli.
Proprio su questa spiaggia mi sono finalmente immerso nel primo piacevole bagno oceanico in terra australiana! D’altronde le onde erano veramente imperdibili.
Abbiamo praticamente trascorso al mare tutta la mattinata.

A Port Douglas abbiamo acquistato anche uno splendido didjeridoo aborigeno alla Bundarra Gallery spendendo 280 dollari, chiaramente accompagnato da un certificato di autenticità. Questo strumento musicale, un pezzo di legno diritto lungo dal metro al metro e mezzo, cavo all’interno, leggermente affusolato, viene suonato come una tromba, infatti l’imboccatura è parte del tronco. Viene ricavato da rami o tronchi d’albero svuotati dalle termiti ed è tipico dell’Australia del nord.

Ripartiti lungo la Captain Cook Highway abbiamo sostato per una visita al Mossman Gorge, una gola che originariamente apparteneva alla popolazione dei kuku yalanji. In questa zona vi sono alcune piscine naturali ricolme di acque cristalline, ed un sentiero a forma di anello lungo 2,4 chilometri attraversa la magnifica foresta su un terreno pianeggiante.

Sempre in direzione nord, ci siamo poi avviati verso il punto più settentrionale del nostro vagare in terra australiana: Cape Tribulation.
Prima di arrivarci è stato necessario attraversare su un battello il Daintree River, facendoci in pochi minuti trasportare l’automobile sull’altra sponda del fiume. Il Daintree River è famoso soprattutto per l’opportunità di avvistare i coccodrilli, piuttosto numerosi negli estuari dei fiumi del nord Australia.

Tutta questa zona appartiene alla Wet Tropics World Heritage Area, le cui foreste umide tropicali fanno parte dei Patrimoni Naturali dell’Umanità, e deve il nome di Cape Tribulation al capitano James Cook che la battezzò in questo modo dopo che la sua nave si fu incagliata fra i coralli nell’Endeavour Reef.

Per la notte abbiamo sostato nella zona nei pressi di Cow Bay, in un ristorante motel sulla serpeggiante strada principale.

La sera abbiamo partecipato ad un barbecue in onore dei reduci del Vietnam (in occasione di una qualche ricorrenza riguardante questa guerra) che con 8 dollari includeva un pasto completo. Ho poi sorseggiato una buona birra ascoltando un’esibizione live di un gruppo rock locale.


Giorno 22 – Cape Tribulation

Al mattino l’aria era purissima e il profumo della vegetazione tropicale un vero godimento per i sensi.
Abbiamo iniziato l’esplorazione dalla vasta spiaggia di Cow Bay, situata nelle vicinanze.
Lungo la stretta stradina diretta verso il mare siamo riusciti ad avvistare niente meno che un bell’esemplare di cassowary su un lato della carreggiata. Sfortunatamente si è allontanato fra gli arbusti prima che riuscissi a sfoderare la fotocamera.
Da segnalare come curiosità la presenza di una bottiglia d’aceto all’ingresso di ogni spiaggia, da utilizzarsi come medicamento in caso di puntura di medusa.

Abbiamo poi proseguito fino al minuscolo centro abitato di Cape Tribulation ma ci siamo arrestati poco dopo, quando la strada per Cooktown diviene sterrata ed è percorribile per i restanti 96 chilometri solamente con dei mezzi fuoristrada, quindi a trazione integrale.
In questa zona è assolutamente vietato il trasporto di alcolici sui veicoli, onde evitare il contrabbando o comunque la rivendita delle bevande alle comunità aborigene sperdute nei selvaggi territori più a nord ed alle prese con svariati problemi sociali legati proprio all’alcolismo.

Appena scomparse le nuvole il sole è uscito di prepotenza e noi non potevamo far altro che stenderci sulla spiaggia di Cape Tribulation Beach. Queste zone sono le uniche al mondo in cui si uniscono due siti protetti dall’UNESCO, le foreste dei Wet Tropics e le acque della Great Barrier Reef.
Ovunque erano disseminati cartelli di avvertimento di pericolo derivante dalla presenza di coccodrilli. L’unico ‘incontro ravvicinato’ è avvenuto fortunatamente solo con un enorme lucertolone, simile ad un varano, lungo circa un metro e mezzo che passeggiava sulla spiaggia a pochi metri da noi.

Successivamente siamo saliti lungo il pendio di un promontorio con una vista mozzafiato sulla baia di Cape Tribulation Beach.
Purtroppo le nubi si sono nuovamente addensate coprendo il sole.

Siamo quindi tornati a bighellonare a Cape Tribulation ed io ho colto l’occasione per scrivere ed imbucare una cartolina destinata agli uffici della ditta in cui sono impiegato.

In paese fra le tante cose vi è la Bat House, un edificio in legno il cui proprietario è un vero amante dei pipistrelli e si batte con impegno per preservare più intatto possibile il loro habitat. L’offerta di un paio di dollari è il minimo che potessimo fare per lui e per Eggie, il tenero e simpatico pipistrello della frutta che vive dentro la casetta.

Appena il sole è tornato a splendere siamo scesi fino a Myall Beach. Mentre Monica era distesa al sole io ho esplorato un po’ la zona scattando anche delle foto alle rocce sulla spiaggia rese visibili dalla bassa marea. Ho poi imboccato ‘in solitaria’ un sentiero esplorativo che si districava in piena foresta, scattando anche qui numerose belle fotografie con la fida fotocamera Nikon Coolpix.

Rimessici in marcia abbiamo parcheggiato lungo la strada principale, la Cape Tribulation Road, ed abbiamo camminato lungo un’altro sentiero in mezzo ad una giungla di mangrovie, con utili cartelli didattici posti lungo il percorso che spiegavano molti aspetti di quest’albero a noi completamente ignoti.
Giunti in camera siamo letteralmente crollati nel letto per un pisolino prima di cena, anche se poi abbiamo cenato in tranquillità nel ristorante annesso al motel con ottimi hamburger fatti in casa e un paio di birre.

Giorno 23 – ancora sulla strada

Ancora albeggiava mentre eravamo in attesa di salire sull’imbarcazione che ci avrebbe trasportati sulla sponda sud del Daintree River. La pace e la tranquillità ci avvolgevano col loro manto, e il pensiero degli aggressivi coccodrilli estuarini in placida attesa ai lati del fiume risultava una nota veramente stonata.
Abbiamo percorso tutti d’un fiato i circa 110 chilometri che ci separavano da Mareeba, scattando solamente alcune foto ricordo agli altissimi e numerosissimi termitai posti ai lati della strada.

A Mareeba invece abbiamo visitato la Golden Drop Winery, una cantina immersa nelle piantagioni di mango che produce buonissimi vini, spumanti, porto e liquori.

Tutto rigorosamente a base di mango.
Dopo avere degustato tutto il possibile, alle 8 del mattino!, e dopo esserci caricati una boccia di vino di mango ci siamo diretti, sempre a Mareeba, alla The Coffee Works, un’imperdibile rivendita-museo di caffè, tè e cioccolato, il quale propone una vastissima esposizione con centinaia di caffè provenienti da tutto il mondo. Qui abbiamo fatto colazione con ottimi biscotti e bevuto qualche litro di caffè.

Siamo arrivati a destinazione all’incirca a mezzogiorno e dopo avere parcheggiato l’auto, senza neppure pranzare, ci siamo messi in coda al centro informazioni per acquistare due biglietti per l’escursione nell’Undara Volcanic National Park. La singolarità di questo parco nazionale sono gli imponenti tunnel che la lava vulcanica ha scavato sotto la superficie terrestre circa 190.000 anni fa, formando il sistema di gallerie vulcaniche più esteso al mondo.

Enormi colate laviche defluirono infatti verso il mare formando una crosta in superficie via via che la lava si andava raffreddando; nel frattempo però, sotto la crosta, continuava a scorrere lava liquida scavando al suo passaggio dei canali che alla fine rimasero internamente vuoti dando così origine a cavità basaltiche.

Vi abbiamo trascorso mezza giornata con il ranger alla guida del gruppo, visitando alcuni siti della zona, e consumando infine il tè pomeridiano in mezzo al bush australiano. Il termine bush (dall’inglese ‘bush’, arbusto) definisce sia la prateria che la boscaglia australiane, sebbene questa parola venga usata soprattutto per designare lo spazio immenso e sconfinato in cui tale vegetazione si sviluppa e, per traslato, l’ambiente naturale e selvaggio in contrapposizione a quello civilizzato e urbano.

Di nuovo alla guida ci siamo inoltrati verso ovest sulla Savannah Way, una vera e propria striscia d’asfalto che corre in mezzo all’outback più selvaggio, fra carcasse di canguri e altri mammiferi, torreggianti termitai ed enormi road trains, i celeberrimi camion con due o tre rimorchi che attraversano il continente in lungo e in largo, lunghi più di 50 metri, con una velocità che può raggiungere spesso anche i 120 chilometri orari!

Quando si scorge all’orizzonte uno di questi bestioni è opportuno accostare su un lato della strada per farlo passare, ed evitare di cozzare contro i sassi e la polvere che si alza inevitabilmente al loro passaggio.

Per la notte abbiamo pernottato in un motel di Geogetown, un paese di trecento anime perso praticamente in mezzo al nulla, distante 83 chilometri da Mount Surprise, il centro abitato più vicino. Il giorno seguente avremmo poi scoperto che le distanze fra i centri abitati australiani in molti casi sarebbero state molto più estese di 83 chilometri!

Vi siamo giunti puntuali all’ora del crepuscolo, quando numerosi gruppi di canguri avevano già iniziato ad invadere la strada.
Il motel disponeva anche di una buona cucina che ci ha servito la cena in camera. Dopo una giornata così intensa ci voleva proprio un pasto rilassante ed una buona birra!

Giorno 24 – Gulf Savannah

La Gulf Savannah è il luogo in cui l’outback australiano si rivela con maggior autenticità, offrendo la visione di orizzonti particolarmente estesi e profondi, con pianure brulle perfettamente piatte e sterminate mandrie di bovini. L’ideale insomma per sperimentare quello stato d’animo di pace interiore che si raggiunge tra i vasti territori ricoperti dal bush, tra le saline, nella savana-prateria e sotto i mistici cieli notturni e che perdura a lungo dopo il ritorno a casa.

Qui esistono solo due stagioni: la stagione delle piogge (da dicembre a marzo) e la stagione secca. Numerosissimi sono poi i torrenti e i fiumi soggetti alle maree che attraversano questa regione aspra e che si riversano nell’immenso Golfo di Carpentaria.

Noi siamo arrivati ad una manciata di chilometri (circa 30) dal Golfo ma non abbiamo deviato per il mare visto che la strada che ci separava da Sydney era ancora tanta e le perdite di tempo dovevano essere ridotte al minimo.
Già al mattino presto sono uscito dal motel per scattare alcune foto al sole che sorgeva, godendomi il passaggio dal buio pesto al bagliore diurno attraverso un ventaglio di colori che andava dal giallo tenue al rosso acceso, accompagnato dal canto degli uccelli e dei pappagallini colorati.

In poche ore abbiamo attraversato le città di Croydon e Normanton, distanti rispettivamente 148 e 153 chilometri, attraversando una zona un tempo ricca di miniere d’oro e di rame, ma ora quasi abbandonata da tutti tranne che dalle tantissime ‘metropoli’ delle termiti.
Percorrendo poi altri 196 interminabili chilometri siamo giunti, nel pomeriggio, nel centro abitato di Burke & Willis Roadhouse, una area di sosta costituita principalmente da una pompa di benzina, da una roadhouse, e da…un cammello.

Dopo aver fatto il pieno di benzina e bevuto una XXXX Gold fresca e tonificante siamo ripartiti alla volta di Cloncurry, distante altri 180 chilometri.

Poi in rapida successione abbiamo letteralmente polverizzato 106 chilometri fino a McKinlay e 76 chilometri fino a Kynuna, dove abbiamo pernottato allo storico Blue Heeler Hotel, macinando dal mattino in totale 859 lunghissimi chilometri.

Sul portico d’ingresso dell’hotel, oltre agli avventori, si aggiravano tre enormi uccelli simili a gru. Prima di prendere possesso della stanza siamo risaliti in auto per fotografare il sole che tramontava velocemente all’orizzonte, una linea perfettamente piatta se non per qualche sparuto albero.
La camera doppia con bagno era veramente spartana e priva di comfort degni di tale nome. Erano inclusi nel prezzo vari ragnetti domestici, un geco ed una simpaticissima ranocchia bianca con gli occhietti neri che faceva capolino dal davanzale interno della finestra del bagno.

Il Blue Heeler è frequentato soprattutto dai camionisti e ad ogni ora qualche road train passava rombando sulla strada, nella sperduta notte dell’outback.
La squisita ed enorme bistecca con l’osso contornata da verdure, una vera istituzione nazionale, ci ha testimoniato ancora una volta la squisitezza della carne australiana. In ogni punto delle pareti del Blue Heeler sono scritte dediche e firme dai viaggiatori di passaggio e da altra gente di ogni tipo.

Veramente indimenticabile il cielo ammirato prima di metterci a letto. La Via Lattea era nitidamente visibile al centro del firmamento e le stelle scendevano sulla pianura fino esattamente sull’orizzonte, praticamente in orizzontale rispetto allo sguardo. […continua]

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